Intervento di Benedetto Della Vedova alla Camera dei Deputati
Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, le istituzioni italiane oggi si rivolgono a quelle europee e ai Paesi membri dell'Unione, chiedendo loro - noi compresi naturalmente - di fare meglio e di più e di riconoscere che la crisi dei debiti degli Stati impone l'esigenza, ma offre anche l'opportunità, di riavviare il processo costituente dell'Unione europea.
Per chiedere all'Europa di fare la sua parte, come stiamo facendo - e come ci stiamo meritando di poter fare - dobbiamo onestamente ammettere quale grande e positiva parte l'Europa e l'euro abbiano già avuto per assicurare condizioni economicamente favorevoli, bassi tassi di interesse, bassa inflazione, un mercato comune aperto e concorrenziale anche per le merci e per i servizi delle aziende italiane e dobbiamo anche ammettere quanto poco o male l'Italia abbia saputo sfruttare queste condizioni positive, soprattutto negli ultimi anni, a differenza di altri Paesi (pensiamo alla Germania) che stanno meglio di noi perché si sono conquistati condizioni migliori.
Né l'euro, né l'Europa hanno rovinato l'Italia. Se l'Italia di oggi si trova ad essere un Paese meno competitivo e dinamico, la responsabilità è nostra e non dell'Europa. Questa chiarezza, questa onestà, è indispensabile perché rende più credibili le nostre richieste. I Paesi dell'area euro, insieme, sono tutti - nessuno escluso, e compresi quelli più solidi - più forti di quanto ciascuno Stato potrà mai essere da solo, in un mondo in cui stanno cambiando velocemente e poderosamente gli equilibri demografici ed economici. Per contare come europei e come italiani abbiamo bisogno di unità e non di divisioni.
Nel mondo della Cina, dell'India, del Brasile, dell'Indonesia ci sarà bisogno di Europa perché i cittadini e le imprese dei Paesi europei possano contare di più. Noi non dobbiamo avere paura di tornare a parlare di maggiore integrazione politica europea. Magari molti leader europei sono restii a cedere un po' della loro sovranità nazionale, ma sono convinto che i giovani di tutti i Paesi, italiani, spagnoli, tedeschi, inglesi, francesi, quelli che fanno l'Erasmus, che lavorano in città e in capitali diverse dalle loro, che viaggiano nelle capitali europee grazie ai voli low cost, si sentono cittadini europei, oltre che del loro Paese, probabilmente spesso più che non i loro leader politici. Sono una minoranza, ma sono una risorsa preziosa che è destinata ad aumentare e che ci spinge verso l'integrazione europea.
L'Unione europea è stato il luogo politico ed istituzionale della pacificazione dopo la seconda guerra mondiale, della riconquistata libertà, della crescita civile nella democrazia di tutti i popoli europei e sarà il luogo dove superare la crisi che ci sta attanagliando. L'Europa e l'Italia sono ancora una parte ricca del mondo; lo sono ancora, devono continuare ad esserlo per i nostri figli e per i nostri nipoti e per questo dobbiamo lavorare tutti insieme.
Nella mozione comune noi impegniamo il Governo a proseguire il suo sforzo perché l'Unione europea, anche, ma non solo, attraverso il nuovo accordo fiscale sulle politiche di bilancio dei Paesi membri, acquisti una capacità di Governo, la governance comune della crisi finanziaria ed economica. Questo non significa semplicemente chiedere un aiuto agli altri Paesi, significa ricordare a tutti che un'unione non è una sommatoria, tanto meno una mera sommatoria di politiche di bilancio restrittive.
I mercati oggi chiedono alti tassi di interesse ai Paesi più indebitati, come il nostro, non tanto perché non credono ai nostri sforzi di risanamento. Anzi, persino le agenzie di rating che ci hanno declassato, hanno messo in luce la credibilità, la serietà e la portata delle misure che abbiamo varato in queste settimane, ma hanno altresì messo in luce che, se questi sforzi che si chiedono ai Paesi europei non vengono accompagnati da misure comuni in sede europea, questi sforzi rischiano di essere vanificati proprio dalla miopia complessiva delle decisioni. A maggior ragione queste misure restrittive - e lei l'ha detto bene, signor Presidente del Consiglio - non vengono giudicate sufficienti se non vengono accompagnate al più presto da misure che possano ricominciare a vedere l'Europa come una zona dove l'economia cresce e quindi può alimentare i bilanci degli Stati.
Il fatto che gli interessi sul debito italiano - lo spread - comincino a scendere non ci deve illudere naturalmente, ma è un segnale positivo che ci deve dare fiducia, ci deve dare convinzione e deve spingere l'Unione europea a fare più in fretta nel prendere le misure sistemiche proprio per valorizzare questi sforzi e per ingigantire vieppiù i risultati positivi che si cominciano a vedere. L'impostazione iniziale del Governo economico dell'euro si basava sul rispetto di regole rigide, i parametri di Maastricht. Queste regole rigide sono state violate dagli Stati come il nostro, che sono entrati senza aver adempiuto prima al rispetto dei parametri, perché c'era l'interesse dei Paesi europei di avere da subito l'Italia nell'euro e, infine, queste regole sono state non rispettate anche dai grandi Paesi virtuosi.
A questo punto è necessario aprire una nuova stagione, le regole devono rimanere, gli Stati devono continuare a fare come noi, ci stiamo impegnando, anche con legge costituzionale, a rispettare gli equilibri di bilancio, ma la nuova stagione deve vedere, accanto a queste regole, una solidarietà e una mutualità nel Governo economico dell'Unione europea. Questa non è la richiesta dell'Italia, è la richiesta di tutti coloro - penso al Fondo monetario internazionale - che vogliono, anche da fuori dell'Europa, che la moneta unica esca dalla crisi perché sanno che la crisi dell'euro sarebbe la crisi di tutti i Paesi dell'Unione europea, ivi compresi quelli che oggi stanno meglio, e porterebbe questa crisi ben fuori dai confini europei. All'Europa oggi chiediamo quanto, spesso inutilmente, le autorità europee hanno chiesto all'Italia: di guardare al futuro, di prendere atto dei cambiamenti, di comprendere come, a fronte di problemi diversi, servano soluzioni diverse. Il rigore e la disciplina fiscale - lo ha detto lei, signor Presidente del Consiglio - sono un fondamento morale della costruzione comunitaria, ma è ormai evidente a tutti che né il nuovo trattato (il fiscal compact), né la costituzionalizzazione dei pareggi di bilancio, né il firewall, né la possibilità di mettere degli argini alle crisi tra i paesi, potranno funzionare se non ci saranno decisioni e meccanismi adeguati non tardivi e quantitativamente significativi.
Le esperienze della Grecia e - temo - anche del Portogallo, insegnano che il ritardo nelle decisioni implica decisioni più gravose per l'Unione e per gli Stati. Il richiamo del Presidente del Consiglio al metodo comunitario, chiarisce che sul tavolo europeo l'Italia non si siede solo per prendere, ma anche per dare. La serietà e il credito che le riforme avviate hanno guadagnato al nostro Governo e al nostro Paese, sono un capitale politico che l'Italia deve investire nell'interesse comune, in quello delle famiglie e delle imprese italiane innanzitutto, ma anche in quello della stabilità europea. Infatti, senza l'euro il mercato comune e gli italiani non starebbero meglio - questo lo dobbiamo dire - ma starebbero assai peggio e ancor più fosche sarebbero le prospettive future.
All'Italia che oggi, come tutti noi, vede con preoccupazione i sacrifici, le difficoltà, le proteste, noi oggi in questo Parlamento mostriamo l'impegno comune di una grande maggioranza nel sostenere il suo impegno, signor Presidente Monti, in Europa, nella convinzione che l'Italia non sia non più un problema, ma abbia rapidamente cominciato ad essere una possibile soluzione dei problemi comuni.Noi di Futuro e Libertà, noi del Terzo Polo non ci limitiamo ad auspicare o a sperare che il suo Governo sia la via di uscita dalla crisi. Noi non ci sentiamo in panchina, ci sentiamo in campo per le riforme che debbono continuare a venire e siamo sicuri che si verranno (liberalizzazioni e, di più, mercato del lavoro), con prudenza, riformando e siamo convinti che questa maggioranza dal Partito Democratico al Popolo della Libertà, passando per il Terzo Polo, oggi rappresenti un salto di qualità della classe politica italiana di cui lei certamente saprà fare tesoro