di Benedetto Della Vedova, da Il Foglio del 9 novembre 2008
Sul curioso rapporto tra statistica e povertà sono state scritte parole definitive da Trilussa: “Ma pè me la statistica curiosa / è dove c’entra la percentuale,/ pè via che, lì, la media è sempre eguale / puro co’ la persona bisognosa./ Me spiego: da li conti che se fanno/ seconno le statistiche d’adesso / risurta che te tocca un pollo all’anno:/ e, se nun entra nelle spese tue, / t’entra ne la statistica lo stesso / perch’è c’è un antro che ne magna due.”
Di ciò avvertiti, siamo andati a leggere il rapporto Istat sulla base del quale alcuni giornali titolavano: “Sette milioni e mezzo di italiani sono poveri”.
Più di un italiano su dieci è “povero”?
Il diavolo, pauperista in questo caso, si annida come sempre nei dettagli; che tali poi non sono mai. L’indagine, infatti, riguarda la cosiddetta “povertà relativa” delle famiglie; e povere sono, per dirla con Trilussa, quelle in cui si mangia un pollo all’anno in due, dove la media statistica vorrebbe che gli italiani ne mangiassero uno per ciascuno. Detto in modo più serio, come fa l’Istat, “la soglia di povertà relativa per una famiglia di due componenti è pari alla spesa media procapite nel paese”. E questa “linea della povertà”, che l’Istat precisa essere “una soglia convenzionale”, è poi rideterminata, secondo una scala di equivalenza, per le famiglie di diversa composizione.
La povertà relativa è dunque un indicatore della disparità nei redditi, piuttosto che delle condizioni di indigenza; tra l’altro, è un fatto che la povertà relativa tenda ad aumentare quando l’economia galoppa e, come sempre, i ricchi “allungano” più dei poveri, che comunque nel frattempo divengono meno poveri, nel senso che hanno più soldi in tasca e più potere d’acquisto.
Chi si sia preso la briga di leggere il rapporto senza propensioni al catastrofismo, avrà trovato discutibile che tra i poveri vengano annoverati quanti vivano in una famiglia composta da un padre lavoratore, con moglie e due figli a carico che spende mensilmente 1.607,74 euro (al netto delle spese per manutenzione straordinaria delle abitazioni, dei premi pagati per assicurazioni vita e rendite vitalizie, rate di mutui e restituzione di prestiti). Ora, che questa non sia una famiglia di ricconi è evidente. Ma è altrettanto evidente che nell’accezione comune questa non è una famiglia povera, in particolare se vive in provincia e ancor più se vive al sud, dove il costo della vita è sensibilmente più basso che altrove. Ciò spiega anche il dettaglio dell’analisi, che vorrebbe povero nel Mezzogiorno un italiano su quattro.
Non ce l’abbiamo con l’Istat. Anzi, vorremmo veder potenziata la sua funzione di produzione di statistiche ed indicatori assolutamente essenziali per progettare, attuare e valutare le politiche economiche e sociali di una paese avanzato e complesso come il nostro. Ce l’abbiamo con chi spara titoli allarmanti al limite del disfattismo, anziché offrire una lettura equilibrata, ancorché meno d’impatto, delle statistiche.
Dalla malattia ci si difende creando ricchezza
Anche perché, se tutti (o tantissimi) sono poveri, allora nessuno è povero. E infatti, della povertà vera in Italia ci si occupa poco o punto, cioè si spende pochissimo e male. Secondo i dati Eurostat, l’Italia investe nel contrasto alla povertà meno di un sesto della media europea e, sorpresa delle sorprese, con gli “interventi sociali” riusciamo ad affrancare dal rischio di povertà un numero limitato di famiglie: 16 su 100 (in Europa 38). Tanto volte, ci avverte la Caritas, più che offrire servizi per affrancarsi dalla miseria, il modo in cui queste risorse sono usate tende a creare dipendenza da assistenza.
Insomma: provare ad “abolire la miseria” (per citare Ernesto Rossi) è un ragionevole e previdente obiettivo di ordine sociale. Avere un “welfare” che manda in pensione i 58enni coi quattrini che potrebbero servire a quanti davvero versano in condizioni di indigenza e di esclusione sociale è invece, dal punto di vista economico e politico, un pessimo affare. Marx direbbe che dietro l’ideologia del welfare all’italiana si nasconde la falsa coscienza di una classe che vuole nobilitare, con pretesti sociali, la difesa dei propri interessi. Non è così?
Poi, in questo grande parlare di povertà, dovremmo ricordarci che la vera causa dell’impoverimento si chiama bassa crescita. La povertà è la malattia, il welfare la medicina: ma solo una robusta attività economica assicura la salute e protegge dalla malattia.