18.07.08

Timeo D’Alema

Et dona ferentem. Perché non è nell’interesse degli italiani (e del Cav.) la riforma made in Germany

di Benedetto Della Vedova e Sofia Ventura, da Il Foglio del 18 luglio 2008

Il ponderoso documento che ha costituito la base del seminario sulle riforme, che si è tenuto lo scorso 14 luglio a Roma su iniziativa di Massimo D’Alema, pone molta scienza e conoscenza al servizio di un progetto che, se attuato, condannerebbe il nostro sistema politico ad un pericoloso ritorno al passato.
Le proposte relative alla forma di governo e alla legge elettorale, infatti, riflettono una concezione della democrazia che credevamo di avere finalmente superato. Uno dei pochi passi in avanti fatti dal 1994 ad oggi è rappresentato dall’istituzionalizzazione di un modello di competizione bipolare fondato sulla concorrenza tra potenziali compagini di governo che si formano prima del voto.

Sia la proposta di una razionalizzazione del parlamentarismo – ci si consenta – molto “all’ italiana”, sia l’ipotesi dell’adozione di un sistema elettorale alla tedesca, vanno invece in tutt’altra direzione.
Partiamo dal sistema elettorale. Il sistema tedesco, un sistema proporzionale corretto da una soglia di sbarramento del 5%, “non incentivando aggregazioni artificiose di tipo elettoralistico” avrebbe il pregio di “favorire quell’omogeneità della proposta politica di ciascun partito, che rappresenta il presupposto fondamentale per affrontare in modo trasparente ed efficace anche il nodo delle alleanze”. Quali vantaggi sul piano del governo deriverebbero dall’introduzione di disincentivi all’alleanza o all’aggregazione per forze politiche medie e piccole? Partiti come l’Udc e la Lega confermerebbero o riscoprirebbero le ragioni della propria “non coalizzabilità” e sarebbero spinti definitivamente sulla strada delle “mani libere”. Un sistema proporzionale, privo di premio di maggioranza o di impliciti meccanismi maggioritari (quali quelli del sistema spagnolo), riaprirebbe così la strada ai governi post-elettorali: esecutivi con maggioranze scelte dai partiti in funzione di mutabili equilibri oligarchici. D’altro canto, nel documento si afferma che “coalizioni preventive e ingessate” sono “causa di instabilità e inefficienza”, quasi che coalizioni scelte dopo il voto fossero garanzia di stabilità.
La scarsa predilezione per il voto popolare come strumento per la scelta delle maggioranze emerge anche dalle preferenze espresse per le possibili riforme del sistema istituzionale. La versione proposta nel “documento D’Alema” prefigura alcune soluzioni condivisibili, come il superamento del bicameralismo paritario e il diritto di revoca dei ministri da parte del premier. Nel contempo, però, emerge chiaramente la volontà di non legare in modo diretto ed esplicito l’espressione della volontà popolare con la formazione delle maggioranze di governo.
Si torna a proporre la sfiducia costruttiva. Se è dubbio che tale strumento abbia svolto un ruolo cruciale per la stabilità laddove è stato adottato (Germania e Spagna), nella situazione italiana esso tornerebbe semplicemente a consentire cambi di maggioranza in assenza di nuove elezioni.
Manca inoltre un rafforzamento reale della figura del capo del governo. La possibilità per il primo ministro di chiedere ed ottenere lo scioglimento delle camere, perché – come accade nel Regno Unito – lo ritiene politicamente opportuno o perché la sua maggioranza è venuta meno, è prevista con tali limitazioni da rendere questo potere di fatto inoperante. Dello scioglimento, si dice infatti, “deve restare arbitro il capo dello Stato” (e la memoria corre al 1995).
Insomma, la concezione di democrazia parlamentare sottesa al documento sembra volere riaffermare l’autonomia delle oligarchie di partito, rinunciando a quel “di più” di legittimità e responsabilità che caratterizza i governi scelti dagli elettori. Non è un caso che nel corso della discussione D’Alema abbia difeso il sistema elettorale tedesco in quanto “argine” all’attuale “presidenzialismo di fatto”. Ciò che il presidente di Italianieuropei definisce “presidenzialismo di fatto” altro non è che la particolare forma che il modello parlamentare ha assunto in alcune grandi democrazie europee, dove la scelta per i rappresentanti parlamentari si traduce automaticamente nella scelta per il partito e il leader di governo. Nessun presidenzialismo, poiché in questi sistemi non vi è alcuna separazione delle istituzioni (come tra Presidente e Congresso negli Stati Uniti) e la vita dell’esecutivo continua a dipendere dalla maggioranza parlamentare.
Dietro questa ampia “elaborazione” traspare con chiarezza una operazione volta a sbarrare il passo all’affermazione di due grandi partiti a vocazione maggioritaria (vale a dire a due partiti che mirano ad ottenere i seggi necessari per governare “da soli”) e, dunque, allo sforzo di rendere un po’ più moderno il nostro sistema politico. Insomma: il pretesto è la razionalizzazione, l’obiettivo è la normalizzazione.
D’Alema sembra aver perso – o non aver mai avuto – la convinzione che la sinistra rinnovata del PD, eventualmente con pochi e coerenti alleati, possa davvero competere per il Governo del paese attraverso il voto popolare: perciò punta ad un sistema in cui il pallino resti nelle mani dei partiti a bocce ferme, cioè a urne chiuse. Il suo interesse a questa riforma che destruttura il bipolarismo, dunque, è assai chiaro. Specularmente, a nostro avviso, l’interesse di Berlusconi, la cui forza deriva tutta dall’attuale assetto competitivo e dall’effettività del voto popolare, è quello opposto. Se fosse per noi il motto del Cavaliere dovrebbe essere: timeo D’Alema et dona ferentem.

Posted by Benedetto Della Vedova at 18.07.08 15:39

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