di Benedetto Della Vedova e Sofia Ventura, da il Foglio del 7 maggio 2008
Il governo Berlusconi avrà un compito difficile, ma non rinviabile: la riforma delle istituzioni.
Due anni fa, il centrosinistra promosse il referendum costituzionale per bocciare la riforma approvata dal centrodestra e che, secondo l’allora presidente Prodi, avrebbe portato ad “una moderna e pericolosissima dittatura della maggioranza” (sic!). Il progetto di revisione aveva alcuni limiti, eppure coglieva i difetti più gravi del disegno istituzionale del ’48. In molti proposero di votare “sì” al referendum per poi mettere mano ai difetti della riforma.
A sinistra non furono ascoltati, nemmeno da quanti sapevano che il testo del centrodestra possedeva dei pregi innegabili, ma votarono “no per una riforma migliore”. Vinse il “no” e, come previsto, non se ne fece più nulla.
Oggi vi sono le condizioni perché quella “riforma migliore” possa essere finalmente attuata. In molti guardano a quanto avviene in Francia, dove si sta mettendo mano ad una revisione della Costituzione del ’58. La situazione francese è molto diversa dalla nostra. In quel caso l’impulso per la riforma e la definizione delle sue linee sono provenuti da Nicolas Sarkozy in persona. Lui ha costituito il Comitato Balladur, ne ha precisato il mandato e ha operato una “ouverture” verso personalità lontane dalla sua maggioranza. Pretendere che dal nuovo esecutivo italiano possa partire un impulso altrettanto netto sarebbe velleitario, giacché esso si colloca in un contesto politico e istituzionale troppo diverso. Ciò non esclude che, proprio in virtù dell’ampio mandato che ha appena ricevuto dagli elettori, Berlusconi possa approntare gli strumenti e le linee di indirizzo di una proposta di base, che individui i principali problemi del nostro assetto istituzionale e indichi, sulla base dell’esperienza delle democrazie “funzionanti”, le soluzioni più efficaci e coerenti. Una proposta da sottoporre al Parlamento e sulla quale potrebbero cimentarsi quanti, anche a sinistra, si sono convinti che l’unico modo per governare paesi grandi e complessi sia quello delle “democrazie maggioritarie”.
Anche l’esperienza francese evidenzia però, tra le altre cose, che cambiare le regole del gioco è molto difficile: le resistenze di chi ha qualcosa da perdere o è feticisticamente attaccato alla “tradizione” sono sempre forti. Oltralpe quelle resistenze hanno, ad esempio, impedito di riconoscere costituzionalmente che nella pratica della V Repubblica il potere di indirizzo politico è nelle mani del Presidente, non del Primo ministro.
Se questo è ciò che è accaduto in Francia, immaginiamo ciò che potrà succedere da noi. All’interno del centrodestra sarà necessario trovare un equilibrio virtuoso tra le spinte verso il decentramento e la necessità di rafforzare l’esecutivo. La partita più difficile si giocherà però dentro il centrosinistra. Al suo interno, a partire da Veltroni, vi sono esponenti consapevoli della necessità di costruire in Italia una democrazia “governante”. Ma il leader del Pd sarà capace di far tacere le componenti più conservatrici? Studiosi impegnati a sinistra (come Franco Bassanini, riformatore a Parigi, con la Commissione Attali, e conservatore in Patria), hanno già costituito un’associazione per difendere “l’impianto e gli equilibri fondamentali” della Costituzione. Ma non sono solo i “sacerdoti” della Costituzione che minacciano di ostacolare Veltroni. Ancor più pericolosa è quella componente, guidata da Massimo d’Alema che, senza in realtà prospettare un vero progetto di innovazione delle istituzioni e del proprio schieramento, continua a concepire la competizione politica come un gioco di coalizioni, un lego da scomporre e ricomporre all’infinito. Se “vince” Veltroni si apre la via di riforme condivise perché efficaci, altrimenti no.
Quello che gli italiani si aspettano dai “nuovi partiti” è che pongano fine alla deriva del “sistema Italia”, con governi forti e un parlamento efficace. E a proposito delle camere, la parte più importante del progetto di riforma costituzionale francese prevede di fornire al parlamento - troppo debole - della V Repubblica, gli strumenti per potere finalmente esercitare quello che dovrebbe essere il ruolo delle assemblee legislative: la scrittura di buone leggi e il controllo dell’azione del governo, senza sottrarre né contendere ad esso il diritto di esercitare, fino in fondo, il potere di direzione politica.
Insomma, la rotta a nostro avviso è chiara. I due partiti “a vocazione maggioritaria” hanno una responsabilità pesante: un ulteriore fallimento non sarebbe davvero più tollerabile.