12.11.07

Bondi e Della Vedova: ci batteremo contro i salari bassi

Di Benedetto Della Vedova e Sandro Bondi
Corriere della Sera del 12 novembre 2007 pag.10

Caro Direttore

la relazione del governatore della Banca d’Italia al Convegno “Consumo e crescita in Italia”, ha richiamato con forza l’attenzione sul rapporto tra consumi e reddito nel nostro paese. L’arresto della crescita dei consumi pesa assai negativamente sulla dinamica dell’economia italiana. La discussione potrebbe essere su questo punto molto ampia, coinvolgere gli effetti dell’introduzione dell’euro e le variabili demografiche, ma l’aspetto che ci preme qui evidenziare è quello del redditi, in particolare dei salari e degli stipendi dei lavoratori. In Italia le retribuzioni mensili nette sono, nella media, inferiori anche del 25% a quelle di paesi europei comparabili con il nostro. Questa “emergenza salariale” dovrebbe rappresentare la principale preoccupazione, assai più della cosiddetta “precarietà”, che invece costituisce la bandiera ideologica della sinistra massimalista e la principale e costosissima ipoteca sulle scelte dell’attuale governo.

Il confronto europeo, infatti, evidenzia come in Italia la diffusione del lavoro “atipico” (non a tempo indeterminato) sia in linea con quelli dei grandi paesi dell’UE, e spesso inferiore. L’attacco alla Legge Biagi come causa delle storture del nostro mercato del lavoro non solo è infondato, ma anche fuorviante rispetto alle questioni più urgenti e insolute. Come, appunto, quella dei bassi salari. Come il Governatore non ha mancato di sottolineare, al fondo vi è un problema di bassa produttività, che investe il sistema economico nel suo complesso e che richiama la necessità, tra le altre, di una riforma del sistema dell’istruzione. Però, accanto al problema della produttività del lavoro vi è anche, chiamiamolo così, il problema della produttività del sindacato. Può apparire provocatorio, ma lo è solo in parte: una delle cause dei salari bassi è che sinistra italiana e sindacato sembrano essersi completamente dimenticati di Marx e della sua esortazione a contendere ai capitalisti il margine di profitto. Marx pensava alla lotta di classe, noi pensiamo ad un libero e regolato mercato dellacontrattazione. All’inizio degli anni novanta, mentre alla crisi economica del paese faceva riscontro la gravissima crisi istituzionale e finanziaria dello Stato, i sindacati barattarono, per ragioni di mera opportunità, la moderazione salariale con la partecipazione al governo dell’economia. La concertazione e la politica dei redditi cessarono ben presto di essere strumenti straordinari di governo delle relazioni politico-sociali. In cambio di un rinnovato ruolo pubblico i sindacati confederali rinunciarono alla “lotta” – cioè, mutatis mutandis, al confronto esplicito nel mercato delle relazioni industriali – e pretesero la co-gestione della politica economica. In questo modello neo-corporativo, cambiarono sostanzialmente gli obiettivi e gli interlocutori del sindacato: non più “i padroni”, nell’interesse dei lavoratori, ma lo stato e le associazioni delle imprese, “nell’interesse generale del paese”. Il resto è storia quotidiana: contrattazione centralizzata che appiattisce le retribuzioni verso il basso, potere d’acquisto sacrificato in nome di Maastricht di Mastricht o dell’Europa, mancata corrispondenza tra crescita della produttività e dei salari. Proprio questo insegna la vicenda esemplare dell’imprenditore marchigiano, che ha aumentato di duecento euro netti il salario dei suoi dipendenti: in quell’azienda, e quindi certamente in migliaia di altre, vi era un margine per sensibili aumenti, senza mettere a rischio i bilanci aziendali. In quel caso, l’aumento lo ha deciso “unilateralmente” un imprenditore intelligente, che ha scelto di remunerare la produttività per continuare a incentivarla. Ma quell’aumento, potrebbe, anzi dovrebbe, essere ottenuto su di un piano negoziale, se la contrattazione si dotasse di strumenti più efficienti. Come ha avuto modo di dire qualche giorno fa Renato Brunetta: "Buttiamo a mare la contrattazione centralizzata e la relativa moderazione salariale. Leghiamo, invece, le retribuzioni ai guadagni di produttività, spostando il baricentro delle relazioni sindacali in favore di più contrattazione decentrata, con il risultato inevitabile di liberarsi anche dell'intermediazione dei governi”. In una società liberale ognuno deve fare il proprio lavoro, se non lo fa le cose non vanno bene. Così succede quando il sindacato, anziché contrattare aumenti salariali almeno dove essi sono possibili, s’ingegna per difendere i pensionandi dal “rischio” di lavorare fino a sessant’anni o per scongiurare qualunque riflessione su uno Statuto dei Lavoratori, nato per un mondo che ormai, in larga misura, non c’è più e che ormai produce un mercato del lavoro duale a sfavorevole ai giovani. Così continuerà a succedere fino a che leader sindacali come Epifani penseranno che per aumentare i salari dei lavoratori dipendenti basti “defiscalizzarne” una parte, compensando i costi finanziari con una maggiore tassazione del risparmio, del lavoro autonomo o dell’impresa. Non può essere lo Stato o la spesa pubblica a rimediare all’inefficienza del sindacato e del modello di contrattazione che continua burocraticamente a difendere. Quella dei salari è una sfida che Forza Italia ed il centrodestra, in chiave liberale, intendono assumere come prioritaria non appena questa stagione inconcludente finirà e a Silvio Berlusconi toccherà di nuovo l'onere e l'onore di guidare il paese.

Posted by Benedetto Della Vedova at 12.11.07 10:06

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