Il dibattito sul liberalismo sociale e cristiano
Per Taradash il “liberalismo sociale e cristiano” tradisce le deformazioni di un paese che non è in grado di prendere decisioni liberali
di Barbara Alessandrini da L’Opinione del 28 settembre 2007
Ma quando è stata decisa la linea del liberalismo sociale e cristiano esposta dal coordinatore nazionale di Forza Italiana Sandro Bondi in un articolo apparso mercoledì scorso sul Corriere della Sera? C’è stato un dibattito sull’argomento? Esiste un documento degli organi direttivi? Benedetto Della Vedova non si sbilancia ed evita di rispondere a questi rischiosi interrogativi.
Preferendo alla discussione teorica, per quante implicazioni pratiche essa possa avere, una valutazione delle concrete priorità dell’Italia in materia di liberalismo.“L’autorevole voce del coordinatore nazionale di FI - si limita a sottolineare - non ha certo bisogno di confrontarsi prima di fare un’affermazione”. L’esponente dei Riformatori Liberali evita di infilarsi in terreni vischiosi e liquida la discussione sul come debba declinarsi il liberalismo nel nostro paese rimandandola al solo piano teorico.
“E’ vero - argomenta Della Vedova- che in Forza Italia ci sono accentuazioni diverse su quale economia di mercato debba imporsi . Personalmente ritengo che per adesso la priorità sia quella di muoversi verso il mercato e che sia assolutamente prematuro porre il problema dell’alternativa tra liberalismo estremo e liberalismo sociale e cristiano”. ”Lo stesso Berlusconi – aggiunge - ha ammesso che uno dei punti deboli della sua esperienza a Palazzo Chigi è stato quello di non aver indirizzato il paese verso il processo di liberalizzazione dell’economia anche per colpa delle pressioni degli alleati. Ed è proprio da lì che si deve ripartire. Poi sul piano teorico ritengo che il moderno capitalismo anglosassone, anche nella sua versione labourista di Blair e Brown, oltre che in quella tatcheriana, abbia saputo creare le condizioni per la crescita economica. Anche considerando che la spesa sociale in Gran Bretagna incide sulla povertà molto di più che in Italia o in Francia, paesi che, pur con un’economia sociale di mercato, soffrono in misura molto maggiore. E poi nella storica contrapposizione tra l’economia di mercato tout cour e quella sociale di mercato, anche Sturzo preferiva l’approccio semplicemente liberale”.
”Ma, ripeto- conclude Della Vedova- in un paese come il nostro, bloccato dallo Stato, dal fisco, da regole e regolamenti e forti corporativismi non c’è tempo per indugiare sul confronto tra i differenti approcci. Sono necessarie una serie di riforme in direzione di una vera economia di mercato che prescindano dalle diverse accentuazioni concettuali. In seguito si potrà discutere se sia meglio il capitalismo compassionevole di Bush o il labourismo tatcheriano di Blair e Gordon Brown o la svolta ancor timida di Sarkozy per rimediare alle storture del capitalismo renano di mercato”. Più esplicito è invece il portavoce dei Riformatori liberali, Marco Taradash, per il quale è d’obbligo una premessa sull’amministratore delegato del gruppo Fiat: “Sergio Marchionne - sostiene Taradash - ha sviluppato la sua riflessione sul modello di economia sociale e di mercato, efficiente e capace di equità sociale, tenendo ben conto di avere a che fare con il mondo sindacale. Quello che ha il potere di garantire le condizioni di pace sociale ma, in virtù di questa stessa prerogativa, è deleterio per lo sviluppo del paese perché difende soltanto coloro che già godono di tutele, impedisce agli altri di poter passare dal precariato al lavoro fisso ed alza ottuse barricate in difesa dell’articolo 18.
Quanto al maturo liberalismo sociale e cristiano di cui Bondi vorrebbe Berlusconi l’antesignano, somiglia tanto all’uscita di Romano Prodi sul “cattolicesimo maturo” e rientra perfettamente “nelle deformazioni di un paese come il nostro che non è in grado di prendere decisioni liberali”.” L’Italia – insiste Taradash - ha bisogno invece di interventi strutturali, di misure realmente liberali, di riforme fondamentali come quella sulla previdenza, in una parola di modernizzazione e se Berlusconi è stato costretto a d essere laburista e solidarista è perché non ha potuto mettere in pratica il suo originario programma. Ora, difenderlo in questa veste e su questa linea politico-economica significa semplicemente metterlo nelle condizioni di non poter realizzare in futuro la grande riforma liberale che già una volta il suo governo non è riuscito ad avviare”.