di Benedetto Della Vedova e Carmelo Palma
da LiberoMercato del 6 luglio 2007 pag. 2
Su La Repubblica di martedì scorso Pietro Citati ha denunciato la condizione sociale ed economica degli insegnanti italiani: una sotto-classe di sotto-pagati, a cui occorre restituire orgoglio del
ruolo, immagine sociale e migliori stipendi. Però, in Italia, lo stipendio degli insegnanti riflette uno scambio tra basse remunerazioni e scarso impegno – poco in cambio di poco – che nel pubblico impiego i sindacati (anche quelli autonomi, cioè corporativi, della scuola) hanno sempre cercato di consolidare. Lo stipendio dipende insomma dalla riduzione, simbolica e contrattuale, dell’insegnante ad impiegato pubblico.
E da questa riduzione discende un’ulteriore conseguenza. Fare qualcosa per la scuola ha sempre significato (nelle rivendicazioni sindacali e nelle concessioni della politica) semplicemente assumere più insegnanti, a condizioni più garantite: l’infornata di 60.000 precari (50.000 insegnanti e 10.000 tecnici e amministrativi) annunciata ieri da Fioroni conferma che la scuola non è trattata come una particolare “struttura produttiva”, ma come un bacino di consenso. Ancora una volta si usa la scuola ad uso e consumo di chi ci lavora (che meriti oppure no l’assunzione) e non a quello di chi ci studia.
Negli ultimi 20 anni del ‘900 la scuola italiana ha perso, per ragioni demografiche, circa 2,2milioni di studenti: ma il numero degli insegnanti è nel frattempo cresciuto di qualche decina di migliaia di unità. Ovviamente questo ha comportato “lo scasso” di protocolli pedagogici e modelli
organizzativi più o meno consolidati, con il solo obiettivo di far posto a nuovi insegnanti. Il famigerato “modulo” dei tre insegnanti per le scuole elementari, che anche Citati ha ricordato, è stata la risposta ideologico-pedagogica ad un’esigenza sindacale (“se ci sono meno bambini, che facciamo dei maestri in sovrannumero?). Giocoforza, questa tendenza ha comportato il progressivo aggravarsi di altri indicatori, come il numero di ore di lezione per insegnante, che in Italia è di oltre il 10% inferiore alla media dell’area UE, o il rapporto tra insegnanti e studenti che è di circa 1 a 11,3 ed è dunque, poco invidiabilmente, non solo il più alto di Europa, ma enormemente più sfavorevole di quello francese, tedesco e inglese (rispettivamente 1 a 14,3, a 16,1 e a 16,7). Non c’è quindi da stupirsi che la spesa per studente sia in Italia spropositatamente alta: la Germania spende circa il 40% in meno nella scuola primaria e il 20% in meno in quella secondaria. Eppure gli insegnanti tedeschi guadagnano tra il 40 e il 50% in più di quelli italiani!
Non vi è dubbio che retribuzioni relativamente basse sono, per i giovani laureati, un potente disincentivo ad intraprendere la professione di insegnante, se non come ripiego: un pessimo viatico per la selezione della classe docente. Se la scuola è, come tutti dicono, il settore strategico per aumentare nel prossimo futuro la competitività del nostro paese, l’obiettivo deve essere quello di avere un corpo insegnante di eccellenza. Come si può rimediare? La proposta di Citati (in sintesi: si riducano i costi della politica e i privilegi della “casta” per finanziare gli aumenti agli insegnanti) è, per così dire, una “licenza poetica”. I conti comunque non tornerebbero.La strada virtuosa è ridurre, progressivamente e rapidamente, il numero degli insegnanti, sganciare una componente importante dei loro stipendi e percorsi di carriera da meccanismi automatici, e introdurre un sistema di selezione che consenta alle scuole di valutare davvero i docenti, premiando i meritevoli e licenziando i “fannulloni”. La demografia, per una volta, ci dà una mano. Vista l’età media del personale della scuola (entro il 2014 circa raggiungeranno l’età pensionabile 265.000 insegnanti – circa un terzo degli insegnanti statali, precari compresi) sarebbe sufficiente un gestione rigorosa del turn over per consentire un aumento dello stipendio degli insegnanti e una contestuale riduzione della spesa corrente. Insomma: è possibile avere meno insegnanti e premiare economicamente i migliori (che tali si dimostrino in base ai risultati di apprendimento degli studenti).
Non costa niente. Anzi, addirittura, consente di risparmiare.