Disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 206 del 2006: Disposizioni urgenti in materia di IRAP e di canoni demaniali marittimi. Intervento in aula di Benedetto Della Vedova:
Presidente, in realtà noi ci aspettavamo che nei primi cento giorni del nuovo Governo e della nuova maggioranza ci saremmo trovati a discutere il provvedimento di natura fiscale annunciato dal Presidente del Consiglio Romano Prodi, l'unico provvedimento di una certa importanza preannunciato in campagna elettorale, che non a caso non era inserito nel programma, cioè il taglio di cinque punti del cuneo fiscale entro il primo anno di Governo.
Ci troviamo, invece, a discutere un provvedimento di urgenza che cerca di mettere qualche tampone alla situazione di gestione dell'IRAP. Voglio partire proprio da alcune considerazioni sulla questione del cuneo fiscale, anche perché, probabilmente, sarebbe stato meglio ed avrebbe sortito maggiore efficacia intervenire sull'IRAP in termini di riduzione degli oneri fiscali per le imprese, piuttosto che avventurarsi in un taglio del cuneo fiscale di quell'entità.
Credo che la misura preannunciata da Prodi, che già comincia ad incontrare qualche difficoltà - peraltro erano presenti sin da subito - sia una misura sostanzialmente sbagliata e controproducente che, certo, risponde all'esigenza politica di cementare un patto corporativo, tutto all'interno dei produttori, tra Confindustria e sindacati, che, ovviamente, dal loro punto di vista, hanno salutato con grande favore questa proposta. Essa, però, per come è stata proposta, rischia di essere una misura sbagliata e controproducente. Ciò innanzitutto perché una riduzione di cinque punti degli oneri fiscali e contributivi, pagati in prevalenza dalle imprese sul lavoro, rischia di provocare due possibili sbocchi. Se, come è stato proposto da qualcuno, si arrivasse ad un taglio selettivo in cui il Governo o chi per lui sceglie quali sono i settori, quali le imprese, destinatari del provvedimento, ci troveremmo in una situazione in cui sta al Governo scegliere quali comparti privilegiare dal punto di vista fiscale, presumibilmente basandosi sul fatto che il Governo stesso ed i burocrati dei ministeri, gli analisti, persino i professori universitari, possano e sappiano scegliere molto meglio di quanto accade nelle dinamiche di mercato i settori più promettenti per lo sviluppo economico del paese e per l'occupazione. Credo che questa sarebbe una presunzione fatale da cui è bene tenersi accuratamente lontani, come dimostrano i fatti economici più importanti di questi ultimi anni.
Pensiamo, ad esempio, a quello che è successo alla FIAT, azienda che versava in una gravissima crisi già nella seconda metà degli anni Novanta, la cui crisi peggiorò a seguito delle misure prese da un Governo interventista e statalista (quale fu il primo Governo Prodi) che scelse la via delle rottamazioni, dell'intervento diretto e distorsivo sul mercato dell'automobile. La FIAT, credendo che quella boccata d'ossigeno potesse esserle utile per superare la crisi, andò avanti per alcuni anni senza operare la ristrutturazione. Si arriva, così, alla crisi recente ed alla scelta del Governo Berlusconi di non intervenire. A quel punto, la FIAT comincia a preoccuparsi di costruire macchine decenti e vendibili e, in qualche modo, esce dalla crisi, o comunque comincia ad intravedere la possibilità di uscirne.
È chiaro che, quando si devono operare scelte, si possono individuare settori da privilegiare (anche se è difficile prevedere quali settori possano davvero rappresentare il futuro dell'economia italiana). Viceversa, se si scegliesse di intervenire sul cuneo fiscale senza pensare ad alcuna azione selettiva - come si dovrebbe fare -, si creerebbe una selezione avversa all'interno dei settori industriali, si finirebbe per privilegiare, senza ragioni evidenti, settori caratterizzati da un elevato impiego di manodopera, labour-intensive, e per penalizzare, invece, settori od imprese che abbiano scelto di puntare sull'investimento tecnologico e, quindi, sulla riduzione di manodopera (nelle quali il costo del lavoro per unità di prodotto risulterebbe necessariamente inferiore). Da questo dilemma non si esce.
Questa è una delle ragioni per cui è bene tenersi lontani dalla riduzione del cuneo fiscale, che non vanta giustificazioni in termini di ripresa competitiva dell'economia italiana rispetto alle economie dei paesi concorrenti. Infatti, il cuneo fiscale e contributivo italiano, già ridotto negli ultimi anni grazie alla riduzione delle aliquote dell'imposta sui redditi, non è fuori dalla norma se si ha riguardo ai paesi europei ed ai grandi paesi industrializzati. Vi sono paesi in cui il cuneo è leggermente superiore a quello italiano ed altri in cui è leggermente inferiore, ma sicuramente non è lì che si gioca la sfida competitiva dell'industria e delle imprese italiane.
Due possibili distorsioni e, poi, il capitolo ancora più spinoso del finanziamento della riduzione del cuneo fiscale. Innanzitutto, un dato che non viene menzionato - ma che è nell'ordine delle cose - è che il peso vero del cuneo fiscale e contributivo italiano sul lavoro ha un solo nome: aliquota previdenziale. Se non avessimo, come abbiamo, l'aliquota previdenziale probabilmente più alta al mondo (essa raggiunge quasi il 33 per cento), non avremmo il problema del cuneo fiscale. Ridurre il cuneo fiscale di cinque punti, come si proponeva e, forse, come ancora si propone Prodi (non so se egli abbia già riconsiderato o ritrattato l'unica proposta vera fatta in campagna elettorale...), significa, nella sostanza, trasferire parte del finanziamento della spesa previdenziale sulla fiscalità generale. Tale scelta sarebbe pericolosissima e rischierebbe di aprire un varco che potrebbe non richiudersi più: quello del lento e progressivo trasferimento sulla fiscalità generale del finanziamento della spesa previdenziale.
Se, poi, si dovesse arrivare a scegliere interventi così distorsivi, ancorché politicamente chiari del desiderio di fare e saldare un patto corporativo tra sindacato e Confindustria, se la scelta fosse quella di tassare il risparmio degli italiani attraverso l'operazione cosiddetta di armonizzazione delle aliquote, ricadremmo in una ulteriore stortura, quella di colpire pesantemente una parte vitale dell'economia italiana con un aumento drastico delle aliquote fiscali sul risparmio, immediato per finanziare quella riduzione, quel patto tra produttori, quel patto corporativo e consociativo tra Confindustria e sindacato.
Anziché discutere di cuneo fiscale, ci troviamo oggi a discutere di una misura tampone sull'IRAP, pasticciata, che rischia di creare ai contribuenti grandi - e, in alcuni casi, insormontabili - difficoltà.
Bene, forse sarebbe stato meglio, signor Presidente, onorevoli colleghi, prendere spunto dall'intervento sull'IRAP per mettere in discussione l'IRAP stessa, in quanto tale a partire...
Concludo, signor Presidente. Sarebbe stato meglio - dicevo - mettere in discussione l'IRAP, a partire dall'incidenza sulla base imponibile della parte che le imprese spendono per il costo del personale. Si sarebbe potuto incidere su tale aspetto, alleviando in tal modo il carico fiscale delle imprese, certo insistendo con una misura di favore per le imprese labour intensive, molto meno distorsiva di quella che si intende intraprendere con la riduzione del cuneo fiscale.