09.01.06

L’Italia e le città: la «visione» serve, ma non esageriamo

di B. Della Vedova, dal Corriere Economia:
Come appare il «declino» italiano visto dalle città? Che prospettive si intravedono per l'Italia se non la si guarda come aggregato ma come somma di realtà urbane e territoriali? A questi interrogativi cerca di dare risposta Massimo Mascini nel suo «Futuro italiano. Viaggio nelle città che cambiano».

Il resoconto di un viaggio in 12 città della penisola, compiuto nella prima metà del 2005, porta l'autore ad affermare che «La vitalità, la forza, la capacità di opporsi alle avversità, affrontandole e vincendole, è in tanta parte d'Italia così forte che è possibile una ripresa e già adesso sono manifesti i primi risultati di questa complessa e sotterranea battaglia». Da Torino a Siracusa, passando per Vicenza e Napoli, Ancona e Bari, Mascini coglie - e racconta - segnali di vitalità che lasciano pensare a un'Italia che - pur tra mille contraddizioni - ce la può fare. Se Torino recupera interi quartieri alla vita sociale e diversifica puntando sul cinema, Trento mira ad essere capitale della ricerca scientifica e «aggancia» la Microsoft di Bill Gates. Se Vicenza reagisce alla crisi del modello del Nordest e alla sfida dei produttori asiatici con delocalizzazioni mirate e una strategia di crescita della dimensione aziendale, Siracusa recupera la vocazione di città d'arte e cultura senza perdere di vista il rilancio industriale; perché, come spiegano in una Napoli che attende il «progetto Bagnoli», i grandi numeri dell’occupazione si fanno ancora con l'industria.
Un'industria che però, ammonisce nell'introduzione Innocenzo Cipolletta, deve essere «diversa da quella tradizionale, perché evolve verso una produzione con forti contenuti di studio, di ricerca e di servizio alla clientela».
In tutto questo le città in quanto tali possono giocare un ruolo fondamentale. Per rivitalizzare gli investimenti, innanzitutto, attraverso l'incontro di «amministratori intelligenti, imprenditori disponibili, centri di sapere». Abituati a osservare la crisi del «grande» capitalismo italiano, spesso rifugiatosi in aree dove ancora si può spuntare una rendita di posizione, e nel pieno della bufera che investe i mercati finanziari, il resoconto dell'attività di imprese medio piccole che investono, rischiano e spesso hanno successo nel mondo rappresenta una boccata d'ossigeno. Guai a pensare che sarà la piccola impresa da sola a ricollocare l'Italia tra i grandi dell'economia - anche se non più per dimensione complessiva, naturalmente -, ma, questo sì, guai anche a piangersi addosso recriminando sull'euro (su cui pure è bene discutere senza pregiudizi ideologici di sorta) o sulla Cina dai bassi costi. Una o cento rose non fanno primavera, ma sono il segno che non è impossibile trovare vie di sviluppo, necessariamente nuove. «E' sempre la politica che per prima detta la fortuna di una città, di un territorio o di una nazione», scrive nelle conclusioni Mascini. C'è sicuramente del vero in questa affermazione, ma spesso la «buona» politica (economica e industriale) coincide con «meno» politica (economica e industriale). «Siamo disposti a rinunciare a tutti gli incentivi del mondo, ma certe diseconomie dovrebbero sparire o essere compensate», dice il presidente degli industriali napoletani Gianni Lettieri, riferendosi alla burocrazia, «per aprire uno stabilimento devono passare 5 o 6 anni», al costo dell'energia o alla pressione fiscale.
Ha certamente ragione Cipolletta a ricordare che il boom italiano non fu affatto un miracolo, ma il prodotto razionale di molti fattori che hanno agito positivamente e che «occorre una visione» da parte dei decisori pubblici, ma è bene che un «eccesso di visione» non finisca per soffocare le forze che spontaneamente cercano e trovano la propria strada per avviare nuove attività o rilanciare quelle tradizionali.

Posted by Benedetto Della Vedova at 09.01.06 18:26

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