di B. Della Vedova, dal Corriere Economia:
Quale futuro per l’economia italiana? L’interrogativo non è nuovo, ma non per questo meno pregnante. Nel saggio Soft Economy. Vivere meglio si può, e conviene , Antonio Cianciullo ed Ermete Realacci offrono la loro risposta e i loro suggerimenti: «È arrivato il momento di puntare con decisione su un modello alternativo alla deregulation : la soft economy , un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione, sull’identità, la storia, la creatività, la qualità».
Nel volume vengono proposti venticinque casi di successo della soft economy , spaziando dal vino di qualità alla sartoria di nicchia (abiti per Kofi Annan, Mandela e Schroeder); dalla St Microelectronics e le sue tecnologie produttive rispettose dell’ambiente alle attività no profit della Fondazione del Monte dei Paschi di Siena; da Permasteelisa, il «sarto dei grattacieli» che ha rivestito alcune delle opere architettoniche più prestigiose coniugando tecnologia, design e risparmio energetico al turismo nel borgo mediceo recuperato con filologica attenzione ai particolari. Un’Italia che funziona, che innova a partire dalla tradizione e dalle specificità del territorio, che non teme la concorrenza internazionale. Si potrebbe discutere sul fatto che in questo contesto ci possa stare una Fondazione così attenta a mantenere il controllo di una Banca piuttosto tradizionale come il Monte dei Paschi o la definizione di «latte etico» a proposito della Granarolo, ma non vi è dubbio che i casi presentati possano essere esempio di come sia possibile seguire anche vie «alternative» a quelle tradizionali per trovare nuovi spazi per il bel paese nel mercato globale.
Ma siamo così sicuri che la cosiddetta soft economy possa «risultare un antidoto all’omologazione in grado di riequilibrare l’economia di un intero paese»? Possa fare da contraltare alla deregulation ? Slow food e ogm-free possono diventare le direttrici di una nuova politica industriale nel settore agroalimentare? Il Salone del gusto di Torino è una geniale operazione di marketing (anche territoriale), ma è bene non dimenticare che la Ferrero, multinazionale del cioccolato di grande successo e poco soft , rappresenta un pilastro dell’economia piemontese a cui augurare ogni bene. Lo stesso si potrebbe dire per Barilla o De Cecco per la pasta industriale rispetto alla tradizione della pasta artigianale. Sempre restando nel settore alimentare, è importante mantenere la tradizione artigianale della pizza napoletana, ma se qualcuno avesse fondato in Italia una multinazionale della pizza come Pizza Hut non avrebbe fatto un soldo di danno all’economia del Paese.
Quando invece si parla dei marchi del made in Italy, almeno di quelli ancora in mani italiane, è bene poi ricordare che per il successo e la proiezione sui mercati internazionali la qualità non basta, servono strutture produttive e commerciali competitive. Il successo della Ferrari deriverà pure dal «sostegno dell’intera comunità di Maranello, dal sindaco al parroco», ma è bene non scordare che il destino del cavallino è da tempo legato all’azienda meno soft dell’economia italiana, la Fiat.
Le tre T di Richard Florida (tecnologia, talento e tolleranza), il guru della nuova economia americana, sono un riferimento importante per la competizione del terzo millennio, purché si ricordi che un conto è operare nell’economia decisamente flessibile degli Stati Uniti, un altro in quella corporativa e iper-regolamentata dell’Italia. Contrapporre il successo di alcune esperienze di soft economy ad una deregulation che, purtroppo, l’Italia e l’Europa non hanno conosciuto nei fatti, rischia distogliere l’attenzione dalle riforme necessarie. Stupisce, a questo proposito, che l’ingegner Carlo De Benedetti, che firma la postfazione del volume, si dica «d’accordo praticamente su tutto» con gli autori.
Se sono condivisibili le osservazioni di De Benedetti sulla necessità che l’Italia trovi «una missione nuova nel sistema internazionale della divisione del lavoro» anche puntando sulla soft economy , non credo che si possa annoverare l’Ingegnere tra i detrattori della deregulation , ad esempio nelle telecomunicazioni, nell’energia e nei mercati finanziari.
Benedetto,pubblica l'articolo del giornale in cui parli (finalmente con serietà) del sindacalismo in italia!
E' un piacere sentire gente che dice certe cose!
ciao
Posted by: simone at 09.11.05 21:43Caro Della Vedova,
ho avuto modo di conoscere l'economia "soft": una ladrata micidiale. Gente che spaccia il vino comprato da una mega industria come "vino prodotto qui da noi, come si faceva una volta". Lasciamo perdere l'evasione delle tasse che c'è in questi settori (imbarazzante), il punto è che è una mega fregatura.
saluti, aa.
Posted by: aa at 11.11.05 19:15Se questa decantata soft economy dovrebbe dare Ferrari per tutti non si potrebbe che appoggiarla, ma ovviamente non sarà così.
Quelal è un'economia da ricchi, pensata per ricchi; mi sembra una genialata venuta in mente a qualche radical chic, convinto che i prodotti che compra lui se li possano permettere tutti.
E invece non è così, e i prodotti soft-economy, sfruttando poco le economie di scala, hanno anche un rapporto qualità prezzo scandaloso; per avere un prodotto che è di qualità tripla rispetto allo standard, lo si paga quindici volte lo standard.
La qualità inoltre non è detto che derivi dalla soft economy.
So per certo ad esempio che la Ferrero, sebbene molto hard, ha un controllo di qualità allucinante, caratteristica necessaria per un brand potente come Ferrero.
ad esempio pare ancora che il patron fondatore giri spesso in negozi per scovare chi non rispetta le regole di distribuzione.
Ad esempio non si possono vendere prodotti Ferrero in estate e non possono essere diminuiti di prezzo dal distribuitore.
Per non parlare della ricerca, prodotti testati anni e anni prima di essere immessi sul mercato.
Un'azienda da standard altissimi ma competitiva nel prezzo.
Questa è l'economia hard.