dal Corriere Economia:
“Il rialzo dell’oro nero manderà cronicamente ed drammaticamente in rosso i conti delle economie petrolio-dipendenti?”. Negli ultimi mesi l’interrogativo è tornato ad agitare i sonni degli analisti e dei policymakers.
Il saggio di Cristina Corazza “Oro nero, conti in rosso. Come sta cambiando il grande gioco del petrolio” offre un utilissimo e documentato vademecum per tutti coloro che intendano farsi un’idea di quanto è accaduto, sta accadendo e - prevedibilmente? - accadrà alla regina delle materie prime.
Il volume ci aiuta a districarci nella giungla di sigle e cifre che caratterizzano un mercato così particolare nonché ad orientarci nella complicata e dinamica ragnatela geopolitica che da decenni lega l’occidente industrializzato (relativamente povero di petrolio) ai principali paesi produttori (mediorientali, ma non solo) quasi sempre retti da regimi non democratici.
Ma l’interrogativo più intrigante resta sempre quello, “ci sarà abbastanza petrolio per tutti?”. Tanto più che una variabile del tutto nuova rende obsolete le equazioni su cui si basavano le proiezioni dei consumi: l’esplosione economica di Cina ed India, relativamente povere di petrolio, porterà oltre due miliardi di potenziali nuovi consumatori di benzina ed energia. Mentre le crisi petrolifere del passato, che avevano provocato ripetute profezia di scarsità poi smentite, avevano origine per lo più in scarsità indotte da motivi politici, quella attuale sembra dettata da un aumento esponenziale e strutturale della domanda, soprattutto in prospettiva. I dati odierni mostrano ancora un abisso tra i consumi annui dei cittadini americani, 26 barili di petrolio a testa, ed europei, 12 barili/anno, raffrontati a quelli cinesi ed indiani, rispettivamente di 1,5 e 0,8 barili pro capite. Ma la corsa all’industrializzazione e, soprattutto, alla motorizzazione di massa (è in questi paesi le masse ci sono davvero) sono in grado di far saltare le previsioni.
A questo punto gli analisti si dividono tra “pessimisti”, che ritengono che l’economia mondiale soffrirà presto di penuria di petrolio a meno di non correre immediatamente ai ripari, e “ottimisti”, che bollano come catastrofistiche le previsioni di scarsità e confidano nel progresso tecnologico e nei nuovi investimenti che il petrolio oggi sopra i 50 dollari al barile e magari presto a 100 (secondo uno studio della Goldman Sachs) renderà appetibili. I primi invocano una brusca virata verso le fonti rinnovabili (quella nucleare gode di sempre migliore stampa, ma per più ragioni, almeno in Europa e Stati Uniti non si vedono all’orizzonte nuove centrali, tranne una in Finlandia) i secondi portano ad esempio le sabbie bituminose canadesi che, con qualche ulteriore perfezionamento tecnologico e il costo elevato del petrolio dai giacimenti tradizionali, costituirebbero da sole un incremento epocale delle riserve di oro nero.
Certo, leggere nero su bianco che “semplicemente incoraggiando una migliore taratura della pressione dei pneumatici, si potrebbe risparmiare tanto petrolio quanto quello estratto nell’Artico”, come sostenuto dalla Senatrice americana Maria Cantwell che si oppone alle nuove trivellazioni nelle zone più incontaminate dell’Alaska, fa capire, anche al di là degli eccessi di zelo ambientalista, che molto si può fare - e non si fa - per contenere i consumi energetici anche senza incidere sulla sostanza degli stili di vita.
Ma la sfida più grossa resta quella dell’investimento; tanto per aumentare le risorse petrolifere disponibili attraverso nuove tecnologie quanto nel miglioramento delle reti di approvvigionamento (oltreché, si potrebbe aggiungere, nella promozione della stabilizzazione democratica nei paesi produttori). E altrettanti investimenti occorre garantire nella ricerca di fonti alternative al petrolio, a partire dall’utilizzo dell’idrogeno. Da questo punto di vista lo scarto all’insù del prezzo del barile, se dovesse stabilizzarsi, sarà un incentivo formidabile. Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni, think thank ultrliberista, pecca probabilmente di fideismo quando scrive che “i meccanismi del libero mercato sono in grado di garantire una gestione efficiente della domanda e dell’offerta petrolifera”, ma il mercato resta il più prezioso alleato anche nella “guerra” al caro petrolio.
www.benedettodellavedova.com
Posted by Benedetto Della Vedova at 19.09.05 11:59Lo sa Della Vedova, io la vedrei bene come membro della Adam Smith Society. Mi domando cosa stia aspettando De Nicola a chiamarla.
Per me ora lei è una risorsa ancora poco utilizzata; sarebbe bene che si accorgano presto di lei finchè è giovane e di belle speranze.
Auguri per il futuro!
Ciao Benedetto, mi consento un tu anche se non ci incontriamo credo dai tempi dell'appartamento di Viale Padova a Milano. Ho fatto un search sulla questione petrolio e mi è saltato fuori anche questo link. DArò un'occhiata a questo saggio nel frattempo ne approfitto per segnalarti che il 1° Ottobre a Poschiavo abbiamo invitato Jeremy Rifkin per una riflessione sulle tecnologie energetiche un po' sulla scorta del suo saggio/romanzo di qualche anno fa sull'Idrogeno. Se vuoi qualche info www.ilbernina.ch
Cordiali saluti
Stefano Besseghini
Mi spiace leggere che anche Lei si è lasciato abbagliare dalle illusioni pseudoscientifiche della cattiva informazione.
Per quanto riguarda la Senatrice americana Maria Cantwell, la prendiamo come una battuta di spirito: se fosse vero quanto sostiene, significherebbe che le estrazioni artiche sono irrisorie.
In questi ultimi anni il consumo petrolifero medio per chilometro è stato effettivamente ridotto ma il risultato si è ottenuto per evoluzione tecnologica e migliori rendimenti termici; per nuove mescole dei pneumatici; per diversa tipologia e composizione degli asfalti nei manti stradali: ma, suvvia, non vorremo certo credere che la taratura dei pneumatici possa modificare i consumi mondiali!
Per le fonti alternative, in ambito scientifico è risaputo che l’unica reale alternativa è il nucleare (in Cina se ne stanno costruendo una ventina con tecnologia francese) mentre l’idrogeno è una balla messa in giro dai verdi.
Come molte volte è stato scritto l’idrogeno in natura non esiste, non c’è proprio neanche una molecola. Bisogna produrlo mediante elettrolisi (scissione dell’acqua mediante nergia elettrica) impiegando una quantità di energia maggiore di quella che poi lo stesso idrogeno potrà generare.
E, per le leggi fondamentali della termodinamica, nessun avanzamento tecnologico potrà mai capovolgere questa situazione.
Concordo invece con le affermazioni, il “fideismo nel mercato”, di Carlo Stagnaro dal quale certamente potrà avere ulteriori conferme.
Mi scuso per la lunghezza; domani da me scriverò qualcosa di più completo, se avrà voglia di leggerlo.
Cordialmente,
roberto rossi
www.acquario.splinder.com
Buongiorno. Personalmente concordo sia con Roberto Rossi, cosa che mi succede praticamente sempre, sia con Carlo Stagnaro (altrettanto). Il punto fondamentale è che la variazione di un prezzo segnala molto rapidamente quanto una sostanza stia diventando rara. Il prezzo contiene un messaggio al mercato. E quando si apre una finestra d'opportunità qualcuno prima o poi cerca di coglierla. Non vedo proprio perché il petrolio la cosa non possa funzionare allo stesso modo. Detto questo è chiaro che il mercato del petrolio è soggetto ad un elevatissimo controllo statale. Forse è qui che dovremmo liberalizzare e privatizzare. Affinché il libero scambio dei diritti di proprietà consenta al mercato e ai prezzi di svolgere pienamente il loro ruolo di informatori. Il futuro è per definizione incerto e solo la libertà permette di approfittare al massimo delle capacità di scoperta di ogni singolo uomo.
Cordiali saluti e mi scusi per la lunghezza.
Gabriele Lafranchi
Caro Benedetto,
Grazie mille della citazione! Penso che la tua analisi sia equilibrata e, tra parentesi, il libro di Cristina Corazza merita di essere letto, quindi hai fatto bene a recensirlo (OT: Cristina, se passi da questo blog ne approfitto per farti ancora i complimenti!).
Quanto al mio "fideismo"... bé, non è tanto fideismo nel mercato, quanto fideismo nei fatti. Se un processo si è ripetuto un miliardo di volte (la risorsa diventa scarsa, il prezzo sale, alternative emergono o ulteriori fonti vengono scoperte, il prezzo scende al di sotto di quello di partenza), io penso che si ripeterà anche la milardesima-e-uno. Quanto meno, l'onere della prova spetta a chi sostiene il contrario, e di prove convincenti se ne sono viste poche. Infatti gli allarmisti non riescono ad andare oltre l'equazione: riserve note - consumi * tot anni = esaurimento. A parte che le riserve note NON corrispondono alle riserve esistenti, è un po' come se io concludessi che il cibo all'interno del tuo frigorifero è una quantità finita che, agli attuali ritmi di consumo, ti garantisce la sopravvivenza solo per 3 giorni. Se tu ottimizzassi i consumi, potresti evitare che il latte scada e sopravvivere per 5 giorni. Ma se cominci a mangiare legna, lasciando perdere le bistecche che sono cancerogene, in casa tua c'è cibo a sufficienza per anni. Se poi tu capissi finalmente che si può cibarsi di aria, allora vivresti in eterno. Ora, è evidente che il ragionamento è sballato perchè non considera che, semplicemente, quando il latte è scaduto o il cibo finito, tu puoi andare al supermercato a far provviste. Fuor di metafora, il supermercato è la sterminata prateria dell'ingegno umano.
Ovviamente, non posso esserne certo, ma se dovessi scommettere punterei su quella possibilità. Anzi, sono disposto a scommettere che il petrolio tra X anni (almeno due) costerà, in termini reali, meno di oggi. Chi accetta?
Pinocchio
Quasi sempre liberalizzare significa maggiore efficienza e maggiori benifici per tutti,resta però il fatto che vi sono alcuni particolari settori(come quello petrolifero)dove le imprese tendono a fare il prezzo non raggiungendo quindi la massima efficienza.Le raffinerie presentano costi fissi elevatissimi ed è ovvio che si tendono a sfruttare al massimo le economie di scala facendo così restare solo pochissime o addirittura un'unica impresa sul mercato(monopolio naturale).Quando agisce un'unica impresa sul mercato è analiticamente e graficamente dimostrabile che l'impresa quando va a massimizzare i suoi profitti non massimizza il sovrappiù complessivo(consumatori+produttori).E' ovvio che per risolvere questi problemi non ci vogliono nazionalizzazioni o politiche dirigistiche,ma ci vorrebbe una seria autorità antitrust che imponga all'impresa di vendere al prezzo che massimizza il sovrappiù totale.Purtroppo molto spesso l'antitrust non agisce per inasprire la concorrenza ma agisce in modo totalmente arbitrario creando ancora più distorsioni alla concorrenza nel mercato.
LA PROPOSTA: ONLINE, UN SETTIMANALE DI OPINIONE CHE TRATTI DI ECONOMIA E FINANZA. LA REDAZIONE COMPOSTA DA GIOVANI ECONOMISTI LIBERALI.
Immagino che ora sarà a dir poco occupato per la realizzazione di un nuovo progetto liberale nel centro-destra. Ma per quando avrà un'pò più di tempo avrei un'idea da proporle:
Lei è un giovane economista liberale è stato ricercatore in alcune università italiane, e da eurodeputato è stato anche membro della Commissione per i problemi economici e monetari, e della Commissione per l'industria, il commercio estero, la ricerca e l'energia. Ora la troviamo nei board di alcuni think-tank liberali italiani, consigliere esperto del CNEL e commentatore in alcuni girnali economici.
Le domando quindi, visto il suo curriculum, perchè non chiama a se alcuni giovani ricercatori in materie economiche, di ideali liberali come lei (tra i 25 e i 40 anni, non necessariamente impegnati in politica), estimatori di Adam Smith, Friedrich von Hayek & Co. e fonda un settimanale online di opinione economica e finanziaria di ispirazione liberale?
I costi non sarebbero eccessivi e gli eventuali finanziamenti potrebbero essere rimediati attraverso donazioni private e pubblicità. L'unica cosa a mancare probabilmente sarebbe il tempo da dedicare a questo progetto.
Ci pensi su, molti penso apprezzerebbero.