18.07.05

Gli Ebbers italiani possono dormire tranquilli

di B. Della Vedova (dal Corriere Economia)
L’azione di responsabilità contro gli amministratori da parte delle minoranze azionarie, introdotta nel nostro ordinamento nel 1998 per le società quotate ed estesa nel 2003 a tutte le società per azioni, rischia di rimanere «un istituto previsto dalla Legge, commentato dai giuristi, ma snobbato dal mercato». Questa la disincantata conclusione cui giunge Alessandro De Nicola nel suo «Soci di minoranza e amministratori: un rapporto difficile»; un saggio denso e ricco di analisi tecniche sui profili giuridici ed economici dell’introduzione in Italia della derivative suit di matrice americana.

L’elevata tecnicità della trattazione, però, non impedisce di trarre valutazioni politiche sulle modalità di revisione della normativa italiana e sui loro effetti. Monito, questi ultimi, proprio perché al momento di fatto inesistenti, sulla difficoltà di adattare strumenti in grado di funzionare in un contesto radicalmente diverso come quello americano, ma che rischiano, purtroppo, di risultare inefficaci nel contesto complessivo delle norme e consuetudini nostrane. Del resto, proprio in questi giorni Bernard Ebbers, l’ex amministratore delegato di WorldCom, coinvolta in uno dei principali scandali finanziari degli ultimi tempi, è stato condannato a 25 anni di prigione. Dal momento che Ebbers non è più giovanissimo, il rischio che, salvo un ribaltamento della sentenza in appello, passi il resto della sua vita in carcere è elevato. Come ha detto il procuratore newyorchese Spitzer, un manager in galera può fare molto di più, in quanto a deterrenza da comportamenti fraudolenti, del timore di azioni legali intentate dagli azionisti. Si arriverà anche in Italia, fatte salve tutte le garanzie processuali per gli accusati, a sentenze esemplari di questo tipo una volta venissero accertati comportamenti delittuosi da parte di amministratori di società quotate? Lecito dubitarne.
L’azione di responsabilità, però, si caratterizza per riferirsi anche a negligenze non penalmente rilevanti; decisioni che abbiano danneggiato la società e i suoi azionisti e che siano state assunte con superficialità e senza la dovuta diligenza. Come mai in sette anni non vi è traccia di una sola azione di responsabilità intentata da soci di minoranza di società italiane? De Nicola considera molti aspetti della normativa che finiscono per renderla inefficace. Uno dei principali è sicuramente quello del vincolo di un minimo del 5% di capitale per intentare la causa. Il 5% di una società quotata (e anche il 2,5% previsto nel Ddl sul risparmio) rappresenta una quota rilevantissima, i cui possessori generalmente sono cooptati nella gestione o comunque hanno altri strumenti di pressione. Se a questo aggiungiamo che tali azioni vanno mantenute per tutto il periodo della causa civile (in Italia un paio di lustri se va bene) si comincia a comprendere perché le azioni di responsabilità non si fanno (negli Usa è sufficiente mantenere una singola azione). A questo, poi, bisogna aggiungere che in Italia non esiste sufficiente libertà contrattuale tra avvocati e assistiti, essendo impossibili accordi di tipo «no win-no pay»: le spese vanno comunque sostenute in prima battuta da coloro che intentano la causa. Negli Stati Uniti, invece, la prima scrematura delle cause (tanto a cuore del legislatore italiano che ha voluto impedire le cause dei «disturbatori di assemblea») avviene a opera del mercato, cioè degli studi di avvocati che puntano solo su quelle che hanno serie probabilità di rivelarsi vittoriose.
L’efficienza dei mercati finanziari non può fondarsi sul «costruttivismo legislativo», come scrive Piergaetano Marchetti nella sua prefazione al volume. I mercati funzionano quando sono competitivi, e competitivo è tutto l’«ambiente» economico-finanziario del Paese: in un tale contesto, che non è, ancora, il caso italiano, l’efficacia della normativa è sicuramente maggiore.
Di un ambiente orientato al mercato e alla competizione fanno parte integrante una stampa e un sistema di informazione intransigenti a 360° e «aggressivi», in grado di influire sulla reputazione degli amministratori delle grandi società e di essere strumento di controllo al servizio dei risparmiatori/investitori, in particolare, ovviamente, dei soci di minoranza (anche istituzionali). Anche su questo, però, in Italia (e non solo) resta molto da fare.

www.benedettodellavedova.com

Posted by Benedetto Della Vedova at 18.07.05 18:43

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Commenti

Oltre alle tecnicalità citate, che incidono in modo determinante sulla sostanziale impossibilita' a perseguire gli amministratori societari disonesti, non bisogna dimenticare la matrice culturale, che plasma il contesto giuridico. Negli Stati Uniti esiste e resiste una forte etica calvinista, che si sostanzia nella sanzione come conferma delle responsabilita' individuali verso la comunita'. In Italia, paese dove regnano autoassoluzionismo e perdonismo, di matrice cattolica e non, regnano individualismo e familismo amorale, la differenza sta in quello.

Posted by: Phastidio at 18.07.05 20:10