di B. Della Vedova (dal Corriere Economia)
“Come se fosse suonato un misterioso tam tam tutti gli avventurosi, gli utopisti, gli spostati, gli irrequieti della penisola si sono dati appuntamento a Trento”, così ha scritto Giorgio Bocca qualche hanno dopo la fine dell’epopea rivoluzionaria della facoltà di Sociologia di Trento. Nel suo “Vietato obbedire” Concetto Vecchio ci offre un racconto avvincente e dei dieci anni che hanno portato dalla nascita della Facoltà di Sociologia a Trento alla nascita del Movimento studentesco alle bombe e alla “normalizzazione della facoltà”.
Di lì a poco sarebbe deflagrata la furia terroristica che avrebbe portato anche il segno dell’esperienza trentina nel nome dei fondatori delle Brigate Rosse, Renato Curcio e Margherita (Mara) Cagol, che proprio nella nuova facoltà di Sociologia (la prima in Italia) e in tutto quello che attorno ad essa si muoveva avevano avuto la loro principale formazione politica.
Nella ricostruzione meticolosa che Vecchio fa della fondazione dell’Università e di quei suoi primi dieci anni, emerge il paradosso che a volere con forza ostinata quella esperienza fu un democristiano (il presidente della provincia di Trento di allora, Bruno Kessler) che riuscì ad ottenere l’appoggio del partito e perfino della Curia. La studio della sociologia come disciplina universitaria a sé stante doveva servire a formare la classe dirigente del centrosinistra secondo canoni assai più innovativi di quanto non offrisse la cattolica di Milano. Fu la Democrazia Cristiana, dunque, a costruire la culla del movimento del sessantotto italiano, in cui la sinistra extraparlamentare e antagonista teorizzò e cercò di praticare l’alleanza tra studenti ed operai oppressi.
“Vietato obbedire” rende al lettore lo spirito del tempo, gli ideali e l’utopismo che animavano giovani arrivati in una cittadina delle alpi, così poco “italiana”, da ogni parte della penisola. Ma testimonia impietosamente come il desiderio di rompere gli schemi e le convenzioni dell’Italia di quel tempo cogliendo il vento che aveva cominciato a spirare dai campus americani finì per impantanarsi nella retorica asemblearistica, rancorosa, classista ed irriducibilmente egalitarista che, quand’anche non sia stato prodromo della degenerazione in lotta armata, fu sicuramente un fallimento da un punto di vista politico e culturale. Difficile infatti salvare qualcosa di quei testi ciclostilati, anche al di là dell’obiettivo non raggiunto - fortunatamente - della “presa del potere”.
Il fallimento non sta nel fatto che molti di quanti allora si riconoscevano nello slogan “Noi non vogliamo un posto in questa società ma creare una società in cui valga la pena trovare un posto”, finirono - giustamente e inevitabilmente - proprio per trovare un posto in questa società che ancora vede i suoi “disobbedienti”. Il fallimento sta nella difficoltà che i protagonisti di allora devono avere oggi nel rivendicare “la lettera” di quelle rivendicazioni e di quegli slogan.
E sarebbe sbagliato e auto assolutorio ritenere che allora quello era l’unico modo per essere “contro il sistema” e cercare di cambiarlo. Ne sono testimonianza l’elaborazione e le iniziative che in quello stesso decennio condussero i radicali di Marco Pannella (che non per caso ha dimostrato e dimostra una longevità nella continuità che il Movimento non può vantare). La stagione delle battagli per i diritti civili - spesso bollate come “borghesi” e con pochi sostenitori nel mondo della cultura e dell’università - che Pannella ed i radicali condussero, anch’essi, pur sparutissima minoranza, da antagonisti “al sistema”, si rivelarono più consonanti con le aspettative e gli obiettivi di libertà e modernizzazione e senz’altro più feconde per il futuro del paese.
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Posted by Benedetto Della Vedova at 11.07.05 11:54