04.07.05

L'impresa responsabile? Un'utopia di cui diffido

di B. Della Vedova (dal Corriere Economia)
“Si definisce irresponsabile un’impresa che al di là degli elementari obblighi di legge suppone di non dover rispondere di alcuna autorità pubblica e privata, né all’opinione pubblica, in merito alle conseguenze in campo economico, sociale e ambientale delle sue attività”: in queste righe si concentra la valutazione di Luciano Gallino, sociologo tra i più autorevoli, sullo stato del capitalismo.

Un giudizio “etico” fortemente negativo, dal momento che il concetto di (ir)responsabilità così formulato finisce per ricomprendere la quasi totalità delle imprese che operano secondo uno schema consolidato: mirano cioè a organizzarsi per raggiungere, nel rispetto delle regole fissate da una normativa generosa di principi generali e dettagli, il massimo profitto attraverso la competizione e l’innovazione.
Nel suo “L’impresa irresponsabile”, Gallino scava nella dialettica tra shareholders e stakeholders, cioè tra proprietari/azionisti e soggetti a vario titolo interessati dall’attività dell’impresa (dipendenti in primo luogo). Con sguardo assai critico, l’autore analizza il nuovo paradigma della “massimizzazione del valore per gli azionisti” che porta i manager a perseguire non più o non tanto il profitto di impresa, quanto l’aumento della quotazione azionaria. La finanziarizzazione crescente e la spasmodica attenzione per il breve periodo sarebbero all’origine degli scandali - da Enron a Parmalat -, considerati non eccezioni frutto di comportamenti “semplicemente” illegali, quanto plastici esempi del fallimento del capitalismo e della sua capacità di autoregolamentarsi e di far crescere il benessere delle classi mediobasse.
Gallino dà conto delle posizioni contrarie alla teoria e ancor più alla implementazione della Responsabilità Sociale d’Impresa (Friedman definì “profondamente sovversiva” l’idea che i manager, a parte il rispetto della legge, siano vincolati a una qualsivoglia responsabilità sociale che non sia quella di produrre il massimo guadagno agli azionisti). Ma è esplicito nel considerare la RSI come la via per “porre l’economia di mercato e l’impresa al servizio di un progetto di società compiutamente democratica”.
Del resto, l’articolo 41 della nostra Costituzione, laddove recita: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.” già individuava, ante litteram, la via della responsabilità sociale d’impresa; da perseguire per via normativa. Quell’articolo, però, è fino ad oggi di fatto rimasto - ed è bene che sia stato così - lettera morta. L’idea che la dimensione sociale vada perseguita non con strumenti e politiche specifiche, ma interferendo pesantemente con l’autonomia contrattuale e le dinamiche di mercato non è una novità per i tanti critici del capitalismo o, come si dice oggi, del neoliberismo. Resta però da capire quale davvero potrebbe essere l’esito di una forzatura normativa che vincoli le imprese al perseguimento di “obiettivi sociali” - qualità dell’ambiente, presenza femminile, innalzamento delle retribuzioni medie, miglioramento del clima aziendale, condizioni di lavoro nelle filiali all’estero, garanzie per i risparmiatori,...- negando con ciò il principio della ricerca della massima efficienza e competitività. L’aggiunta che, naturalmente, la RSI andrebbe perseguita su scala globale coinvolgendo le potenze industriali emergenti non depone a favore della fattibilità di un progetto che ha tutta l’aria di essere un’utopia dalla quale prudentemente tenersi alla larga.
Perfino l’Unione Europea, paladina di un modello sociale che stemperi le presunte durezze darwiniane di quello americano, ha definito la RSI come “l’integrazione su base volontaria, da parte delle imprese, delle preoccupazioni sociali e ambientali”. Il mercato, cioè i consumatori ed i risparmiatori/investitori, hanno già dimostrato di essere disponibili a premiare comportamenti ritenuti virtuosi, e lo stesso Gallino riporta la convinzione di molti fautori della RSI che essa aumenti la redditività delle imprese. Se tutto avviene grazie ad un processo spontaneo possiamo essere sicuri che non vi saranno contraccolpi. Ma se invece, in nome di un fine superiore, si volesse forzare le imprese - anche con generosi incentivi fiscali - ad abbandonare pratiche consolidate, seppur in continua evoluzione, per abbracciare una corporate governance dai contorni e dagli obiettivi indefiniti, i rischi non giustificherebbero gli eventuali benefici. E’ bene affidarsi ad un motto churchilliano: il capitalismo è il peggiore dei sistemi economici.....eccetto tutti gli altri.

www.benedettodellavedova.com

Posted by Benedetto Della Vedova at 04.07.05 11:32

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Commenti

Gentile Della Vedova, ho letto il suo articolo dedicato al nuovo volume di Gallino. Sarebbe interessante che questo esercizio - quello di leggere gli articoli - lo facessero anche i redatti. Credo che il titolo posto al suo pezzo faccia torto non solo a lei e a Gallino, ma a tutti coloro che in questo periodo stanno cercando di mettere a tema con serietà l'argomento. Potrebbe essere così cortese da chiedere lei una rettifica?
Con simpatia
giacomo ghidelli

Posted by: giacomo ghidelli at 04.07.05 17:35

In effetti il titolo fa pensare. Ci sono tre interpretazioni:
a)l'autore del titolo non ha capito il contenuto del testo
b)lo ha capito benissimo e in questo caso la cultura socialista dell'autore ha finito per interpretare a suo modo il discorso di Della Vedova.
c) il titolista è semplicemente sbadato è ha dimenticato il termine "socialmente" dopo impresa

Posted by: Pinocchio at 05.07.05 11:26

ciao benedetto,
su questa relativamente nuova mania di eticizzare le imprese fino al quantomeno azzardato scopo di farne delle comunità morali sono molto ma molto scettica anche io e le mie perplessità si cenbtuplicano di fronte alle tesi di alcuni esponenti del pensiero manageriale secondo cui il 'pacchetto' di valori ideali a creare standard morali collettivizzabili nelle aziende è rappresentato dalle grandi religioni monoteiste. Prime fra tutte, naturalmente, il cristianesimo.
Mi piacerebbe parlarne con te magari organizziamo un'intervista. Domani sarò al convegno a palazzo Wedekind e mi porto il registratore poi vedi tu.

a proposito: non mangia, non mangia. Benedè...fa caldo...
ciao barbara

Posted by: barbara alessandrini at 06.07.05 16:12

Gentile Della Vedova, dalla mia breve esperienza lavorativa, penso di poter affermare che la finanziarizzazione delle aziende non genera tanto irresponsabilità sociale o crisi del capitalismo, quanto semplice "avidità" di questo o quel manager; si guarda troppo spesso solo alla prossima trimestrale di cassa facendo dipendere troppo idee ed investimenti da questi brevi orizzonti temporali; questo atteggiamento a mio parere accorcia la capacità imprenditoriale e progettuale di tutta la struttura aziendale.

Dare maggiore importanza agli azionisti (non necessariamente clienti e spesso interessati ad un guadagno da realizzare in fretta con intenzioni speculative) rispetto ai veri clienti ed ai prodotti di una azienda, a mio modo di vedere non genera crisi del capitalismo, del liberismo o di qualsivoglia dottrina economica, quanto un semplice misunderstanding sugli obiettivi tout-court di una impresa.

Quella che Gallino definisce "irresponsabilità sociale" a mio giudizio è piuttosto figlia di questa errata valutazione di quale sia la missione principale di una impresa.

Posted by: LucianoMollea at 07.07.05 14:44

LETTERA APERTA A BENEDETTO DELLA VEDOVA

Ho letto via internet in un tuo commento sulla situazione del "movimento" radicale che la tua intenzione non sarebbe quella di costruire una opposizione alla leadership storica di Pannella e dei Pannelliani riuniti. Credo che l'errore madornale e grossolano sia proprio questo ed è proprio il male che affligge i radicali oggi. L'assenza di una forte componente di opposizione che abbia visioni, strategie e leadership alternative in grado, come succede in tutti i gruppi politici democratici, nei momenti di sconfitta, di scalzare chi guida in quel momento il partito. Il problema del gruppo radicale credo sia strutturale perchè ha carattere movimentista, fondato volutamente con questo schema, ha avuto successo negli anni '70 perchè in quel periodo era redditizio avere questo carattere. Ora avere un movimento politico che è guidato da un gruppo di politici che non ha su di se la responsabilità dell'impresa politica nei confronti dei propri azionisti elettori, significa condurre questo movimento al fallimeto storico alla sua fine e chiusura. Non è credibile un qualsiasi partito che presenta gli stessi leader inamovibili al cambiare delle iniziative. Non è quindi credibile e vincente la proposta di Pannella sul P. d'Azione perchè lanciata da chi ha perso e fallito politicamente. Lo dicono i numeri. Ad ogni cambio di strategia e di iniziative va sempre accompagnato il cambio di chi guida il partito. Quindi propongo a BENEDETTO DELLA VEDOVA, per cominciare a dare un calcione nel formicaio moribondo radicale:
1) Ridurre i consiglieri dei radicali italiani a
30 per il comitato nazionale.
2) Fare in modo che IL CAPOLISTA DI OGNI LISTA
che si presenta per il comitato nazionale sia
AUTOMATICAMENTE candidato a segretario di
Radicali Italiani.
3) Eleggere i consiglieri del comitato nazionale
col metodo MAGGIORITARIO dei 2/3 alla lista
vincente e 1/3 alla seconda lista.
4) Direzione formata esclusivamente da
consiglieri del com.naz. e non più di 5 + 1
rappresentante della lista di opposizione.

E' LA proposta per l'inizio per la nascita di un nuovo gruppo politico vitale responsabile reattivo e soprattutto in grado prontamente di sperimentare attraverso la scelta di leadership responsabili, via strategie scelte contrapposte perchè provenienti da capi, leader iscritti che si scontrano apertamente su scelte e priorità contrapposte, pur riconoscendosi su principi e ideali di libertà.

Con speranza un saluto a Benedetto Della Vedova, da Claudio Mandrelli.

Posted by: Claudio Mandrelli at 12.07.05 12:45