29.06.05

Tutti liberali, nessun liberale.

Introduzione di Benedetto Della Vedova al libro "L'Europa tra stato e mercato" da lui stesso curato e con contributi di Alberto Alesina, Enrico Colombatto, Alessandro De Nicola, Roberto Perotti (collana Il Punto, distribuito nelle edicole con Panorama).
Le difficoltà in cui si dibatte l’economia europea (specie quella dei grandi paesi continentali, Germania, Francia ed Italia) producono un florilegio di analisi e “ricette”. Chi ha parlato di “pensiero unico” e di “deriva neoliberista”, però, ha forse indovinato un efficace slogan elettoralistico, ma ha colto ben poco della realtà delle politiche economiche europee e italiana di questi anni.

In questo volume potrete leggere quattro contributi di taglio liberale che cercano di affrontare, senza indulgere in rassicuranti luoghi comuni, quattro “temi” al centro della vita economica e politica, in Italia ed in Europa: il modello sociale europeo raffrontato, nei suoi fondamenti culturali ed economici, con quello statunitense (Alberto Alesina); la globalizzazione e le risposte che la politica dovrebbe o non dovrebbe dare (Enrico Colombatto); la concorrenza ed il ruolo, centrale ma non scontato nelle forme e negli obiettivi, delle Autorità Antitrust (Alessandro De Nicola); la politica economica a livello europeo, al di là della tesi consolatoria che la concentrazione delle decisioni economiche a Bruxelles sarebbe di per sé la chiave di volta del “rilancio” del vecchio continente (Roberto Perotti).
Il confronto con gli Stati Uniti, che spesso compare nei saggi di questo volume, dovrebbe responsabilizzare il decisore europeo, che non deve e non può sottrarsi ad una valutazione - anche comparativa - di quanto sta succedendo, di buono e spesso di meno buono, all’economia del vecchio continente.

Senza alcuna pretesa di organicità e tanto meno - ovviamente - di esaustività, la lettura di questi brevi saggi induce a considerare in radice la questione liberale-liberista, per l’Italia e l’Europa. Anche rinunciando ad ogni schema ideologico, la politica si trova quotidianamente ad operare scelte che modificano il mix di “stato” e “mercato”, spostando di volta in volta l’asse delle responsabilità dalle scelte individuali - e di impresa - a quelle politiche; e viceversa. Il dibattito emerso nell’ultima campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti molto si è concentrato su questi aspetti; ma anche nell’Unione Europea, in particolare con l’ingresso dei paesi dell’Europa dell’est che sfuggiti al giogo del socialismo reale si mostrano assai meno conservatori di molti tra i quindici, il tema delle riforme economiche e in particolare del ruolo del pubblico è al centro del dibattito e delle scelte politiche.

In questi decenni e con una salutare accelerata negli anni novanta, in Europa lo Stato ha fatto un passo indietro in molti settori, ma resta ancora protagonista nella vita economica per tre ragioni, principali: intermedia una quota del PIL spesso attorno al 50%, svolge un’intensa attività di regolatore che è preziosa ma non neutrale e continua a utilizzare vecchi e nuovi strumenti di politica industriale.

Nei momenti di difficoltà come quello presente, le richieste di un intervento pubblico si moltiplicano.
A volte i politici europei sembrano convinti che si possa crescere “per decreto”, dimenticando che, se così fosse, la bulimia legislativa in campo economico avrebbe fatto da tempo del vecchio continente la locomotiva mondiale. Riflessi di questo atteggiamento si ritrovano nell’insistenza con cui sono state avanzate in questi anni due richieste nei confronti delle istituzioni europee: quella alla BCE della diminuzione dei tassi di interesse (ovvero di una minore attenzione alla stabilità dei prezzi a favore di una maggiore attenzione verso la crescita, come se le due cose fossero in contraddizione) e quella alla Commissione - e poi al Consiglio - di una modifica del Patto di stabilità (reo di essere troppo attento alla stabilità e poco, anche qui, alla crescita). Intendiamoci, non si vuole qui sostenere l’irrilevanza della politica monetaria o l’indifferenza dei vincoli di bilancio decisi a Maastricht, ma evidenziare come, in realtà, tassi di interesse e vincoli all’indebitamento pubblico siano stati per lungo tempo utilizzati come alibi per giustificare una scarsa crescita economica ad essi difficilmente imputabile. Così come nei primi anni duemila il costo del denaro - mai così stabilmente basso - non poteva certo essere invocato come fattore di disincentivo agli investimenti, difficilmente il limite del deficit al 3% può essere individuato come la causa di presunte politiche rigoriste (sempre di un deficit significativo si parla!) colpevoli di strozzare la ripresa.

Anziché riflettere sui dati di fondo che hanno consentito all’economia statunitense di riprendere una robusta crescita anche dopo la crisi successiva al settembre 2001, in molti in Europa hanno creduto di individuare proprio nella politica monetaria e nella assenza di vincoli rigidi per il bilancio federale il principale “vantaggio competitivo” degli USA. In questo modo si è distolta l’attenzione da tutte le rigidità e i freni corporativi che segnano negativamente l’economia europea e che richiederebbero una cura con massicce iniezioni di libertà economica. Anziché affrontare i costi politici (..ma sarebbe meglio parlare di investimenti) di riforme in grado di offrire alle imprese europee un ambiente più favorevole, si è tentata la scorciatoia del taumaturgico intervento “esterno” da parte delle autorità monetarie di Francoforte o il rilassamento dei vincoli di bilancio (quasi sempre per dare spazio a nuova spesa pubblica e raramente per consentire momentanei sbilanci dovuti a più virtuosi tagli fiscali).

Quello che l’Europa ha saputo produrre in termini di strategia per rilanciare la crescita è l’Agenda di Lisbona, una lista di obiettivi di politica economica la cui ambizione è di trasformare entro il 2010 l’affannata economia europea, nientedimeno, in quella più competitiva al mondo basata sulla conoscenza. Siamo a metà del periodo, ormai, ma nessuna accelerazione è alle viste, anzi. Di fronte a questo fallimento in molti hanno osservato che il problema dell’Agenda di Lisbona sarebbe quello di non aver previsto dei meccanismi cogenti con relative sanzioni per assicurare la realizzazione delle riforme previste. Si dice: per l’agenda di Lisbona si sarebbero dovuti prevedere meccanismi analoghi a quelli del Patto di Stabilità. In questo caso, però, è facile immaginare che si sarebbe aperto un contenzioso tra i paesi membri che avrebbe fatto impallidire quello relativo al Patto di Stabilità. Non sono certo gli obiettivi dell’Agenda di Lisbona, di per sé stessi tutti meritevoli, ad essere in discussione, quanto la sua continua evocazione taumaturgica che non ha potuto - e non poteva - supplire alla volontà politica di attuare le riforme necessarie (che vi fossero ricomprese oppure no).

In Europa oggi si avverte un forte disagio, che nella pubblicistica viene definito come “il timore che i figli staranno peggio dei loro padri”. Una “novità”, si dice, che rischia di destabilizzare la società europea e che crea angoscia e timore per il futuro a cui la politica non ha ancora trovato le risposte adeguate. Ma, a parte l’invocazione di una politica monetaria più generosa e meno attenta all’inflazione oppure il semaforo verde all’aumento della spesa pubblica, quali sono le scelte di fondo che caratterizzano il vecchio continente? Quali le risposte alla sfida che con ritmo incalzante l’economia internazionale lancia e che l’Europa spesso, a differenza degli Stati Uniti, non sembra in grado di raccogliere e vincere?

Una premessa è doverosa: l’Europa resta un area di grande ricchezza, di grandi risorse e di grandissime potenzialità: per la cultura e i saperi che la caratterizzano, per lo stock di capitale accumulato in qualche secolo di supremazia tecnologica ed economica oltreché per la forza delle sue istituzioni e il radicamento della democrazia. Ma la reazione dell’Europa di oggi - intesa come l’insieme delle istituzioni e delle politiche comuni ma anche di quelle dei singoli paesi membri - sembra spesso tutt’altro che adeguata.
La cifra dell’Europa sembra essere divenuta quella della conservazione anziché dell’innovazione; del protezionismo anziché dell’apertura. Facciamo alcuni esempi.

Il Bilancio dell’Unione Europea in quanto tale vale poco più dell’uno percento del Prodotto Interno Lordo complessivo dei venticinque. Un bilancio relativamente limitato, ma significativo in valore assoluto, dal momento che si avvicina ormai ai 120 miliardi di Euro. Ancora oggi, però, tale bilancio è assorbito per circa il 45% dalle spese per la PAC (Politica Agricola Comune). Anche volendo qui sorvolare sul fatto che buona parte di questa spesa ha direttamente e indirettamente fini protezionistici, con effetti dannosi per i consumatori europei e per molti produttori dei paesi in via di sviluppo, resta l’insensatezza di impegnare metà delle risorse comunitarie in un settore che rappresenta il passato e non certo il futuro dell’economia dell’Unione. Recentemente la Commissione Prodi affidò ad una squadra di esperti ed autorevoli economisti indipendenti capitanata dal belga Andrè Sapir il compito di stendere un’”Agenda per la crescita europea”. Tra le indicazioni fornite dalla Commissione Sapir vi era quella della rimodulazione del bilancio UE con l’eliminazione della spesa agricola (da decentrare a livello nazionale nel rispetto della normativa sulla concorrenza e gli aiuti di Stato). In questo modo sarebbe possibile, nell’ambito di un bilancio dell’1% del PIL europeo, destinare alle politiche per la crescita (Ricerca e sviluppo, Istruzione e formazione, Infrastrutture) il 45% delle risorse. Una rivoluzione di portata significativa, soprattutto considerando l’effetto volano dei finanziamenti comunitari. Come purtroppo era prevedibile, però, il Rapporto Sapir è rimasto nei cassetti della Commissione senza che essa stessa e men che meno il Consiglio avessero la volontà o la forza di imporlo, almeno come base di discussione in vista delle prospettive finanziarie 2007-2013. La conseguenza è che lo stesso Bilancio UE resta prigioniero del passato anziché divenire uno strumento a disposizione delle politiche per l’Europa del futuro.

Su di un altro piano è decisamente significativo dell’atteggiamento difensivo e protezionista che caratterizza l’Europa, quanto tutti i paesi dell’Europa a 15 (con le eccezioni Gran Bretagna, Svezia ed Irlanda) hanno deciso al momento dell’allargamento, adottando una moratoria sulla libera circolazione dei lavoratori dei nuovi paesi comunitari che potrà spingersi fino al 2011. Temendo invasioni bibliche di polacchi, slovacchi o ungheresi - che difficilmente ci sarebbero state - i grandi paesi dell’Europa continentale hanno così chiuso le loro porte in faccia a milioni di lavoratori che probabilmente si erano fatti qualche illusione in più sull’approdo, dopo decenni di socialismo realizzato, alla agognata meta dell’Europa libera e liberale. Un grave errore politico; ma anche un errore economico, dal momento che il mercato del lavoro europeo sconta, a dispetto dei livelli complessivi di disoccupazione, numerosi deficit territoriali e settoriali, non solo nelle basse qualifiche.
A chi sostiene che le misure si rendevano necessarie per non allarmare le opinioni pubbliche in vista dei referendum sul nuovo Trattato Costituzionale va obiettato che la decisione non ha per nulla inciso, come dimostrato dal referendum sul nuovo Trattato Costituzionale in paesi fondatori dell’Unione Europea come la Francia o l’Olanda. Forse avrebbe avuto più efficacia un atteggiamento opposto: anziché assecondare la paura nei confronti dei nuovi arrivati (lavoratori e imprese), andava sottolineata, se possibile con qualche entusiasmo, la sferzata di energia e di dinamismo che i nuovi dieci paesi possono portare alla “vecchia Europa” che stenta a ritrovare il cammino della crescita.

Del resto, lo stesso atteggiamento protezionista i grandi paesi dell’Europa continentale, Francia e Germania in testa, lo hanno manifestando recentemente con la bocciatura della Direttiva promossa dall’ex Commissario Frits Bolkestein sulla liberalizzazione dei servizi nell’ambito comunitario. L’economia europea è - e ancor di più sarà - un’economia in cui il settore dei servizi assume un ruolo preponderante: la crescita dell’efficienza e della competitività in questo settore è dunque cruciale tanto all’interno dell’Unione quanto nella sua proiezione sui mercati internazionali. Eppure le resistenze protezioniste e corporative frenano l’ammodernamento del settore. Ne sa qualcosa l’ex Commissario Mario Monti, che nell’ultima fase del suo mandato alla Concorrenza ha affrontato con coerenza ed energia la liberalizzazione delle “libere professioni” - e non si tratta di un gioco di parole - scontrandosi con le resistenze corporative che in questo settore, in molti paesi europei e massimamente in Italia, hanno costituito posizioni di rendita che pesano su imprese e consumatori.
I sostenitori del no alla Direttiva sulla liberalizzazione dei servizi hanno manifestato la preoccupazione che, grazie al principio del “paese d’origine” previsto nella stessa - la possibilità, cioè, che un’azienda comunitaria basata in un paese possa operare in un altro secondo le regole del primo -, si potesse assistere ad una migrazione di aziende verso i paesi dell’est Europa o ad una concorrenza “sleale” da parte delle imprese di quei paesi. Senza alcuna remora si è invocato nei confronti dei nuovi paesi membri quel dumping sociale di cui si accusano le grandi potenze industriali emergenti come la Cina o l’India. La difesa del cosiddetto “modello sociale europeo”, dunque, ha anche in questo caso fatto da alibi per bloccare una importante riforma di liberalizzazione in un settore cruciale per l’economia europea come quello dei servizi, rinviando un processo di ricerca della efficienza e della competitività che proprio lo “shock” dell’ingresso dei nuovi paesi europei poteva favorire. Ciò che fa pensare, è che il riflesso protezionista scatti non solo nei confronti dei nuovi competitori internazionali, ma perfino - e con le stesse parole d’ordine - nei confronti dei nuovi partner comunitari. Non è un caso che, anche qui, il paese europeo che da qualche decennio ha intrapreso con maggior decisione la via della fiducia nel mercato, la Gran Bretagna, si sia battuto contro lo stravolgimento della Direttiva sui servizi che a questo punto, però, sembra inevitabile.

Sempre seguendo il filo dell’allargamento dell’Unione, un altro tema rivelatore del conservatorismo europeo è quello dei sistemi fiscali. Pur considerando che tra i paesi europei che hanno le migliori performance vi sono sia paesi con una pressione fiscale al di sotto che al di sopra della media UE, l’eccesso di pressione fiscale su imprese, lavoro e redditi personali è comunemente individuato, ormai, come uno dei fattori di penalizzazione dell’economia. Francia, Germania ed Italia hanno cominciato, con piglio e strumenti diversi, a rivedere al ribasso la loro pressione fiscale. Negli ultimi mesi, però, il gradualismo di queste riforme fiscali è stato messo in discussione dalle politiche assai più radicali di molti nuovi paesi membri dell’est Europa, che hanno scelto o stanno per scegliere sistemi basati sulla flat-tax, l’aliquota unica (e ridotta). Le prime esperienze, tra l’altro, si sono rivelate assai positive; perfino in termini di gettito complessivo. Anche in questo caso, la reazione dei vecchi paesi europei è stata di allarme e di contrarietà. Il dibattito attorno alla scelta di “armonizzazione” o di “competizione” fiscale che da anni animava la discussione sul fisco tra i 15, è stato d’un tratto superato dalla spregiudicatezza riformatrice dei paesi dell’est. Anziché cogliere la sfida e cercare di capire gli effetti concreti di questo innovativo assetto fiscale, si è subito invocato il rischio di una “race to the bottom” (corsa verso il basso) e della distruzione della coesione sociale in Europa, che sarebbe garantita dagli alti livelli della imposizione progressiva e della spesa sociale. Il sottinteso, tutto da verificare, sarebbe quello che i paesi che scelgono la flat tax siano indifferenti ai problemi sociali al proprio interno. Il Governo Francese è arrivato ad evocare la minaccia di un blocco dei Fondi europei di coesione per i paesi che adottassero quel tipo di regimi fiscali. Si tratta non solo di un’atteggiamento, l’ennesimo, difensivo e protezionistico, ma anche della dimostrazione di scarsa fiducia nella forza dei sistemi ad elevata tassazione e forte intervento pubblico di garantire una maggiore efficienza al sistema nel suo complesso (e quindi di restare competitivi anche nei confronti di chi faccia scelte differenti). Una sorta di ammissione di debolezza a cui non si vuole però una risposta politica “in positivo”, ad esempio con una revisione profonda e rapida degli assetti fiscali e della spesa pubblica.

Sempre a proposito dell’allargamento, poco si è riflettuto su quanto accaduto nella ex DDR rispetto agli altri paesi appartenuti al blocco sovietico che sono entrati nell’Unione Europea. La Germania orientale, una volta ratificata la riunificazione e divenuta immediatamente parte dell’Unione Europea, ha cominciato a rappresentare un problema per la Germania federale. Pur non lesinando risorse per accelerare il riequilibrio tra i due territori, il Governo di Berlino ancora non può dire che i risultati fin qui ottenuti siano all’altezza delle - ottimistiche - previsioni. Il tentativo di estendere “per decreto” il livello di sviluppo ai lender orientali si è rivelato assai poco praticabile, drenando sia risorse del bilancio pubblico che di quelle imprese che vi abbiano investito rilevando le vecchie aziende statali. Dal canto suo la popolazione ha vissuto la riunificazione come l’acquisizione del “diritto” allo standard di vita della Germania occidentale; un punto di arrivo più che di partenza. Nei medesimi anni invece, gli altri paesi che avevano condiviso il protettorato di Mosca hanno dovuto portare a compimento una robusta politica di riforme che consentissero loro di soddisfare i cosiddetti criteri di Copenaghen, condizione necessaria all’adesione alla UE. Il criterio “economico”, poi declinato con dovizia di particolari, presupponeva: “l'esistenza di un'economia di mercato funzionante e la capacità a far fronte alle pressioni concorrenziali e alle forze del mercato esistenti all'interno dell'Unione Europea”. I governi - e le popolazioni - di questi paesi hanno quindi dovuto fare ricorso esclusivamente alle proprie forze e hanno compiuto quello sforzo che in qualche lustro è risultato vincente, se è vero che oggi la loro capacità competitiva nei confronti della “vecchia Europa” è divenuto una sorta di spauracchio. Portare alle estreme conseguenze questo confronto e magari arrivare a dire che il destino della ex DDR sarebbe stato migliore senza l’accelerazione della riunificazione sarebbe forse fuorviante, prima che inutile. Ma non può non fare riflettere che mentre nei paesi baltici o nelle repubbliche dell’ex Cecoslovacchia, dove si è scelto un modello di sviluppo più dinamico e liberista (in un certo senso più “americano”), l’economia ha camminato con gli stivali delle sette leghe, nella ex DDR il tentativo di uniformarsi al modello renano, con le sue lentezze e i suoi vincoli, ha fino ad ora dato frutti deludenti.

Da questi pochi esempi appare chiaro come attribuire all’Europa una deriva “neoliberista” sia del tutto fuori dalla realtà. L’impostazione dell’Europa monetaria è di impronta monetarista e - fortunatamente - “rigorista”. L’attuazione del mercato unico e la politica della concorrenza hanno spinto e spingono nella direzione di un’economia di mercato aperta e concorrenziale. Ma il resto della produzione normativa e delle politiche, a livello dell’Unione e degli stati membri, risponde nel suo complesso più a spinte di tipo corporativo, protezionista ed interventista che non ad un coerente disegno liberista.

Da questo punto di vista, credo si possa dire che l’Europa si trovi in difficoltà a definire nella pratica quotidiana quella ”economia sociale di mercato” che ne dovrebbe rappresentare la specificità, nei confronti degli Stati Uniti da una parte e dei paesi emergenti dall’altra. Tale definizione, infatti, finisce per essere una fonte inesauribile di ambiguità laddove in molti, a partire dalle organizzazioni sindacali, ritengono che la dimensione sociale non vada perseguita attraverso intelligenti ed efficaci politiche mirate, ma debba invece direttamente interferire con il mercato e le sue dinamiche e che la mano pubblica debba perciò intervenire con un surplus di regolamentazione quando non con una presenza diretta nell’economia.

E’ chiaro che la questione istituzionale resta fondamentale per il futuro dell’Unione Europea, per molte ragioni. Ma l’attesa di un più efficace assetto istituzionale non può e non deve impedire di affrontare subito quei nodi politici ed economici la cui soluzione non arriverà d’incanto, nemmeno con una più razionale distribuzione dei poteri tra Bruxelles e le capitali e più efficaci meccanismi decisionali a livello comunitario.

All’Europa non mancano ricchezza e talenti. Escludendo l’ipotesi che l’Europa vada rassegnandosi alla marginalità, però, delle due l’una: o si è davvero convinti che, nonostante tutto faccia pensare al contrario, il sistema socioeconomico nel suo assetto attuale sia in grado di vincere la sfida della competitività oppure bisogna provocare, senza riserve ed in tempi rapidi, una stagione di radicali riforme economiche, che non potranno che essere di taglio liberale.

Per cambiare un sistema che ha garantito tanto e così a lungo, occorre un coraggio politico che ancora non c’è; o almeno non è diffuso nella misura necessaria. Bisogna evitare di confondere cause e rimedi: l’eccesso di dirigismo, di interventismo e di regolamentazione - non un presunto eccesso di liberismo di cui nella reatà non vi è traccia - sono tra le cause delle difficoltà economiche europee. Pensare che d’un tratto, come da molti invocato, possano divenire il rimedio, porterebbe ad una perseveranza diabolica (naturalmente con le migliori intenzioni, di cui, però, come si sa, sono latricate le vie degli inferi più che quelle dell’empireo).

Posted by Benedetto Della Vedova at 29.06.05 09:33

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Commenti

Quel libretto è un manuale da tenere sempre a portata di mano. Complimenti davvero per l'ottimo lavoro.

Posted by: carlo at 29.06.05 11:22

Finito di leggere ieri sera (dopo averlo sottratto a mio padre che a sua volta l'aveva sottratto a me per leggerselo!).
Un volume semplicemente perfetto: agile, chiaro ed efficace.
Si attendono ulteriori episodi!

Posted by: Tommaso at 05.07.05 15:43