di B. Della Vedova (dal Corriere Economia)
“Non affidate a un ragazzo il lavoro di un uomo”, recitava uno spot elettorale dei conservatori britannici nel 1977, alla vigilia del trionfo di Tony Blair nelle elezioni politiche che lo catapultarono a Downing Street.
“The boy”, biografia politica del premier britannico scritta da un sicuro ammiratore come Andrea Romano, è il godibile racconto della straordinaria ascesa di Blair, che lo ha già portato ad essere, lui, il più giovane premier britannico dal 1812, il più longevo primo ministro laburista.
Il libro racconta la sua formazione, la sua iniziazione politica e la conquista, con gli altri “giovani turchi”, prima delle redini del labour (anzi, del “new labour”) e poi del Governo inglese.
Quel “ragazzo” si è rivelato non solo all’altezza del compito, ma ha finito per rappresentare un ineludibile riferimento politico per tutta l’Europa, di sinistra ma non solo. Innanzitutto in ragione della forza dell’economia britannica.
Proprio sul rapporto tra il “blairismo” e la sinistra si diffonde con dovizia la biografia di Andrea Romano. Prima di tutto raccontando il percorso di Blair all’interno del labour e quindi della sinistra inglese. All’inizio prudente, ma poi subito lanciato nella sua sfida per la “modernizzazione” di un partito - prima ancora che della società britannica - che manteneva nello statuto la famosa “Clause IV” sulla nazionalizzazione dei mezzi produttivi e che ancora nel 1980 adottava a stragrande maggioranza un programma per il disarmo unilaterale e l’uscita della Gran Bretagna dalla Comunità europea. Tra le idee più innovative di Blair rispetto al Labour vi era quella espressa in un discorso tenuto in Australia nel 1982, in cui il futuro Primo Ministro sosteneva che “è del tutto assurdo che la lotta politica debba concentrarsi sulla conquista del controllo del partito,rinunciando a rivolgersi agli elettori”: una premessa di quella attenzione spasmodica che Blair, con la guida di Mandelson e di Campbell, ha sempre dedicato alla comunicazione e al marketing politico. Più in là Blair avrebbe sottolineato l’importanza degli effetti sui consumatori delle privatizzazioni assai più che non la titolarità della proprietà delle utilities, un’altra innovazione di non poco conto. E poi il vero esordio come leader nazionale di Blair, da Ministro ombra degli Interni: “penso che sia nostro dovere essere severi sul crimine così come sulle cause del crimine” , disse in un’intervista radiofonica dopo l’assassinio di un bimbo di tre anni ad opera due ragazzini. Queste poche cose bastano ad evidenziare un profilo che rompeva drasticamente con la tradizione della sinistra inglese. Ma il vero punto di svolta di Blair rispetto alla tradizione socialista o socialdemocratica fu senz’altro la sua decisione di porsi non come lo smantellatore, bensì come l’erede consapevole del tatcherismo. La storia, forse, dirà se il successo economico inglese negli anni del new labour fu più merito di Gordon Brown o di chi l’aveva preceduto (per quanto la politica può fare per l’economia di un paese). Fatto sta che, seppur declinato con assai più marcati intenti redistributivi, il modello economico-sociale del Regno Unito è rimasto fedele all’impinting della lady di ferro. Libertà di scelta per gli utenti, meritocrazia, concorrenza in ogni settore (anche dentro la pubblica amministrazione), neutralità rispetto alle vicende dei gruppi industriali e autonomia della politica monetaria (il primo atto del nuovo Governo laburista fu di sancire giuridicamente l’indipendenza della Banca d’Inghilterra), sostegno alla finanziarizzazione dell’economia, welfare ridisegnato secondo criteri di efficienza e fine dell’assistenzialismo: Blair è andato “oltre” la Thatcher molto più che “contro” la Thatcher, da liberale molto più che da socialista.
Per quanto Anthony Giddens insista nell’individuare, proprio a partire dall’esperienza inglese, una “terza via” fatta di un “socialismo riformista”, non è facile dare torto a Lionel Jospen che già nel 1999 giudicava il blairismo come una interpretazione del neoliberismo. E del resto, solo un mese fa, l’Economist, non ostile a Tony Blair ed incitandolo per il terzo mandato, scriveva che c’è molto da apprezzare nelle sue politiche, ma (a parte le riforme istituzionali e la politica internazionale) poco che sia che sia realmente nuovo, “essendo molte delle cose buone (come sulla scuola e sulla sanità) variazioni delle precedenti idee dei Conservatori”.
A questo punto si impone un quesito: Blair può davvero essere considerato, forte dei suoi successi, il campione che onora e da una prospettiva alla sinistra europea o non piuttosto colui che, al di là delle etichette, ha definitivamente consacrato la supremazia del “paradigma neoliberista” sulle ragioni del socialismo (per quanto riformista)?
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Posted by Benedetto Della Vedova at 14.06.05 21:39