30.05.05

Cucina di qualità, un'arma globale per l'Italia

di B. Della Vedova (dal Corriere Economia)
Il gusto dell’invettiva, tanto più quella agli antipodi del politically correct, non manca certo a Mario Giordano. Nel mirino del suo libro “Siamo fritti. Truffe, inganni e altri veleni nel piatto” finiscono miti e riti della moderna cultura del cibo italiano. Dagli chef divenuti star televisive, alle guide culinarie più blasonate, ai consorzi di promozione dei prodotti locali, al biologico-ogm-free e, naturalmente, allo slow food, la penna graffiante di Giordano non salva nulla e nessuno. “Non se ne può più” ripete l’autore mettendo sulla graticola persone, abitudini e prodotti.

La parte più convincente è quella della denuncia delle truffe alimentari e dei profittatori (anche televisivi) della crescente attenzione che gli italiani dedicano al cibo e a quanto ruota intorno ad esso. Giordano, ad esempio, rilancia una notizia già apparsa sull’Espresso dell’ottobre 2004, secondo la quale l’esplosione di circoli no profit che nella realtà operano a tutti gli effetti come bar o ristoranti porterebbe ad un mancato gettito per il fisco pari a 2,3 miliardi di Euro. Se la stima fosse attendibile si tratterebbe di una cifra colossale: oltre un terzo degli sgravi fiscali dell’ultima finanziaria.
Rafforzare le forze di polizia preposte alla repressione delle frodi alimentari, definire regole per l’etichettatura che garantiscano informazioni veritiere ed esaustive ai consumatori, scoraggiare e perseguire l’evasione fiscale da parte di tutti gli esercenti che operano nella vendita di prodotti e nella ristorazione: tre richiami cui sarebbe bene dare ascolto.
Detto questo, però, e fatta salva la salutare ironia sugli atteggiamenti modaioli, sulle iperboli linguistiche e sul presunto significato politico che qualcuno attribuirebbe alla riscoperta delle tradizioni culinarie, la crescita di interesse attorno a cibi e bevande non può che essere salutata positivamente. Anzi, e fuori da ogni retorica, l’Italia ha solo di che trarre giovamento da una maggiore valorizzazione delle proprie tradizioni alimentari e vitivinicole; soprattutto se accanto alle mille sagre si puntasse con maggiore decisione ad un consolidamento produttivo secondo criteri di qualità, certo, ma anche di efficienza e di organizzazione commerciale. Le tante “strade del vino” che si incontrano in giro per l’Italia, solo per fare un esempio, non sono certo indice di provincialismo, come sanno i molti italiani che hanno visto il recente film americano di grande successo Sideways, ambientato tra i vigneti californiani. Resta da capire se l’organizzazione produttiva e commerciale del produttori italiani sia all’altezza di quella dei produttori americani o australiani. Il blasone è importante, infatti, ma per sfondare o resistere sul mercato globale non è sufficiente.
A differenza di quanto hanno sostenuto molti millenaristi noglobal, la ventata mondialista che ha portano i McDonald’s nelle piazze storiche del bel paese non ha affatto cancellato le tradizioni, ma, al contrario, ha coinciso con una grande rivalutazione di piatti e prodotti tipici di cui si rischiava di perdere la memoria. Nessuno “stereotipo mercatista”, ma è chiaro che anche nel settore alimentare l’integrazione commerciale a livello mondiale offre grandi opportunità. Sempre che qualcuno abbia voglia e capacità di sfruttarle. Come fattore qualificante dell’offerta turistica, va da sé; ma anche e soprattutto come volano di esportazione nei quattro angoli del globo. Da questo punto di vista, si dice spesso che la colonizzazione straniera della grande distribuzione italiana - dovuta alla mancanza di imprenditori autoctoni e contro la quale è inutile e controproducente invocare improbabili interventi dello Stato - finirà per inaridire la filiera agroalimentare italiana, dal momento che le grandi catene con i quartier generali nelle capitali d’oltralpe finiranno per privilegiare prodotti di quei paesi. E’ possibile. Ma è altrettanto possibile, come spiegava qualche tempo fa uno dei pochi imprenditori della grande distribuzione italiana, che le cose vadano esattamente al contrario, con le catene straniere che portano nel mondo i nostri prodotti. Lo sbarco di Wal Mart, per intenderci, potrebbe essere una opportunità più che un rischio per i produttori italiani.
La riscoperta dei sapori e del gusto per i cibi di qualità non va interpretata come antagonismo politico alla globalizzazione, ma, casomai, come un terreno in cui è ancora possibile che l’Italia si muova da protagonista nel mondo.

www.benedettodellavedova.com

Posted by Benedetto Della Vedova at 30.05.05 14:29

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Commenti

Completamente in accordo con Mario Giordano.
Valorizzare in made in italy (in questo caso gastronomico-tradizionalistico) è un fattore positivo, ma divinizzarne i suoi "sacerdoti"...

Posted by: Alberto Stanchi at 05.06.05 23:48