23.05.05

Meno aiuti, più libertà. Così si può copiare Oxford.

di B. Della Vedova (dal Corriere Economia)
Think globally, act locally (pensa globalmente, agisci localmente) era lo slogan più in voga dell’ambientalismo degli anni ‘90. Nel suo saggio “Sviluppo Locale. Un progetto per l’Italia”, Carlo Trigilia si interroga sul rapporto tra globalizzazione dei mercati e sviluppo locale. A partire dall’esperienza dei distretti industriali italiani di cui moltissimo si è scritto e parlato, Trigilia, individua proprio nella dimensione locale dello sviluppo una leva potenzialmente vincente nella sfida della globalizzazione.

Non di un “localismo autarchico” si tratta, naturalmente, bensì di uno sviluppo centrato su regioni, province o comuni ma aperto, apertissimo all’esterno nelle due direzioni: attrazione di fattori produttivi dall’esterno e nuovi (e spesso lontani) sbocchi di mercato per le produzioni. Il fattore decisivo che renderebbe lo sviluppo locale così promettente è quello della capacità di produrre “beni collettivi” e “capitale sociale”, fondamentali per un assetto produttivo flessibile e orientato alla qualità.
In questi tempi in cui la paura dell’impatto della globalizzazione sulle nostre economie sembra prevalere sulla fiducia nelle nuove opportunità, la tesi, argomentata con passione, attrae indubbiamente e, in fondo, un poco rinfranca.
L’Italia dei campanili e delle specificità avrebbe più carte da far valere nella competizione internazionale di quante comunemente si pensi.
La differenza dello sviluppo locale evocato - e invocato - da Trigilia rispetto alla consolidata esperienza dei distretti industriali, si esemplifica nella descrizione dei nuovi “distretti high tech”. Si tratta di distretti in larga misura “in potenza”, per quanto riguarda il nostro paese che, tranne rare eccezioni, sconta notoriamente una persistenza di produzioni tradizionali e per questo più esposte alla “concorrenza cinese”.
In questo caso la dimensione dello sviluppo locale consiste - o consisterebbe - nella capacità di produrre “la qualità socio-culturale e ambientale” in grado di attrarre e di trattenere specialisti altamente qualificati e consentire la formazione di “comunità professionali”, decisive per far decollare settori caratterizzati fortemente dall’applicazione della conoscenza e della creatività. Mentre i distretti industriali mettono a frutto risorse produttive e imprenditoriali prevalentemente autoctone, quelli high tech hanno nella capacità di attrazione dall’esterno la loro forza. Naturalmente una delle componenti essenziali dei distretti high tech è la capacità di promuovere e coinvolgere nelle specializzazioni produttive Università e centri di ricerca, pubblici e privati. Quanto il nostro paese avrebbe bisogno, e in tempi non biblici, di un’evoluzione in questa direzione è cosa nota.
Il riferimento, esplicito, è ai sistemi locali dell’informatica della Silicon Valley o al polo delle biotecnologie di Oxford.
Ma proprio considerando le biotecnologie - uno dei più promettenti volani della supremazia tecnologica ed economica del futuro prossimo - qualsiasi considerazione sullo sviluppo locale rischia di infrangersi contro un atteggiamento di sostanziale ostilità diffuso nel nostro paese. Che si parli di OGM o di cellule staminali (pensiamo in proposito alla Legge 40 su cui tra poco saremo chiamati a votare nei referendum che puntano anche ad eliminare i vincoli alla ricerca scientifica che precludono ai ricercatori italiani ciò che ai colleghi britannici è non solo consentito ma incentivato) le scelte politiche nazionali sono tali non solo da scoraggiare i ricercatori stranieri dal venire in Italia, ma da spingere quelli italiani ad emigrare. Sul fronte informatico c’è forse qualche possibilità in più, ma i ritardi sono tali da escludere facili ottimismi. Sull’informatica, sarebbe utile riflettere sull’analisi del professor Richard Florida (docente di economia alla George Mason University a Fairfax, Virginia) il quale ha individuato come fattore di successo della Silicon Valley rispetto ad altre aree con analoghe potenzialità degli USA, il fattore “tolleranza”. A parità di dotazioni in “tecnologia” e “talento”, il fattore decisivo diventa, appunto, quello della tolleranza, cioè dell’accettazione della diversità e delle idee nuove.
Forse, anziché insistere con gli strumenti pubblici di sostegno allo sviluppo locale quali i Patti Territoriali o normative specifiche come la Legge 488 - destinati, al più, a premiare chi ha capacità di relazione più che di innovazione e a ingigantire la nostra macchina burocratica - sarebbe utile riflettere sulla libertà di ricerca e la tolleranza; fattori “immateriali”, ma fondamentali per l’economia della conoscenza e dell’innovazione.

www.benedettodellavedova.com

Posted by Benedetto Della Vedova at 23.05.05 18:53

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Commenti

L'economia italiana, nella crisi che sta attraversando con la chiusura delle fabbriche trova uno sfogo non indifferente nella famosa piccola media impresa.
Ma da parecchio tempo anche questa è messa sotto pressione dalla crescente ( ahimè ) burocrazia.
Ma non basta: visto che queste impresette sono dure a morire e non si scoraggiano per la burocrazia, si passa alle maniere forti con leggi ad hoc per eliminarle.
E' quello che accade non solo nel settore dei laboratori di erboristeria artigianale di cui mi occupo, ma anche per esempio : si richiedono certificazioni alle finestre per cui il falegname che non si può permettere la certificazione ( non solo a livello burocratico, ma a livello economico ) licenzia qualche dipendente e fa solo la posa in opera.
Altri esempi si potrebbero aggiungere, ma a chi importa? Se nemmeno il nostro caro presidente imprenditore-operaio ha potuto fare qualcosa in merito........possiamo solo rassegnarci.
D' altro canto le capacità di lobby ( così bisogna dire e non di comprarsi i politici ) dei piccoli sono inesistenti e i politici sono troppo sensibili alle "pressioni" ( sembra quasi un'opera pia la loro ) dei grandi!

Ironia della sorte tutto questo alla fine non gioverà a nessuno, perchè i grandi, da soli non basteranno a se stessi!!!!!!!!
E i loro prodotti chi li comprerà se nessuno avrà più i soldi?

Ciao. Roberto

Posted by: Roberto at 24.05.05 08:27