di B. Della Vedova (dal Corriere Economia)
“Questo è ciò in cui crediamo” esclamò la signora Thatcher, da poco divenuta leader dei conservatori britannici, interrompendo una riunione in cui qualcuno suggeriva di evitare gli estremismi per rilanciare il partito, e nel frattempo buttò sul tavolo il libro che aveva recuperato nella sua cartella. Il libro era "La società libera', di Frederich von Hayek, il seguito è già storia.
Questo episodio viene ricordato nel volume sul grande liberale viennese scritto qualche anno fa da Andrew Gamble da poco pubblicato in Italia per i tipi de Il Mulino.
Si tratta di un episodio significativo, che mette in risalto come la - tardiva - diffusione dell’opera di Hayek negli ultimi due decenni del secolo scorso sia legata alle fortune politiche delle “nuove destre” in Gran Bretagna e Stati Uniti che al pensiero di Hayek si richiamavano. Naturalmente sarebbe non solo irriverente ma anche fuorviante ricondurre semplicisticamente al pensiero di Hayek le politiche della Thatcher o di Reagan, ma è indubbio che alcuni tratti di quelle due parallele rivoluzioni liberiste (fiducia nella concorrenza, deregolamentazione, privatizzazioni, liberalizzazioni, argine allo strapotere sindacale, richiamo alla responsabilità individuale e al mercato anche per le scelte di welfare) rimandino al teorico dell’ordine di mercato o catallassi, nel suo senso più generale e non strettamente economicistico.
Hayek spese la sua vita di scienziato sociale per dimostrare la superiorità teorica ma anche pratica del sistema di mercato rispetto a qualsiasi forma di pianificazione e di socialismo. Il fatto che due leader “di sinistra” come Bill Clinton e Tony Blair siano succeduti a due liberisti come Ronald Reagan e Margaret Thatcher senza rinnegarne l’operato, rappresenta sicuramente una vittoria storica dei liberali intransigenti come Hayek. E non è da considerarsi del tutto casuale che proprio Gran Bretagna e Stati Uniti siano tra i paesi dell’occidente industrializzato che oggi reggono meglio degli altri dal punto di vista economico, anche nel nuovo contesto internazionale.
Su questo dovrebbero riflettere attentamente quanti, anche in Italia, vorrebbero archiviare le politiche liberiste come un retaggio passatista degli anni novanta: Tony Blair ha vinto il suo terzo mandato - primo laburista nella storia - correndo in ticket con il successore designato Gordon Brown, il quale non ha temuto di definirsi “erede” della Lady di Ferro.
E’ vero, i tempi sono cambiati e la crisi economica rende spesso le opinioni pubbliche più diffidenti verso il mercato e più inclini ad illudersi che lo Stato possa rappresentare una solida ancora di salvezza. Il che è comprensibile, ma certo non lungimirante. Lo statalismo è stata la malattia che ha eroso la competitività dell’Europa continentale e dell’Italia: difficilmente ne potrà oggi essere la cura.
In Italia si discute di competitività e non si trova di meglio che varare decreti ad hoc, invocati da destra e da manca (che critica il merito, non il metodo) con le parti sociali a fare il coro: sarebbe bene ricordare, nel solco di Hayek, che lo Stato inefficiente, insaziabile di tributi oltreché ipertrofico di burocrazia e regolamentazione, finisce per rappresentare un costo che incide sulla competitività delle imprese più di altri fattori “canonici”.
La politica del bipolarismo italiano rischia di caratterizzarsi per una convergenza statalista, seppur da matrici differenti: quella post-comunista, solidaristica e sindacalista del centro-sinistra, quella nazionalista, localista e protezionista del centro-destra.
Pensare ad una stagione di politiche post-liberiste senza aver vissuto quelle liberiste potrebbe rivelarsi un’opzione tutt’altro che vincente. Chissà se nella “fabbrica del programma” di Prodi qualcuno penserà ad Hayek. Ma soprattutto chissà se e quanto ci penseranno Berlusconi e gli alleati in cerca di rilancio: la Casa delle Libertà o la possibile Alleanza della Libertà dovrebbero pensare a chi ha fatto della libertà e del mercato la sua stella polare e ha ispirato una stagione politica vincente; che altri paesi hanno alle spalle, ma che noi, seppur in tempi e quindi modi diversi, potremmo utilmente ancora avere di fronte noi.
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Posted by Benedetto Della Vedova at 09.05.05 14:03Caro benedetto,
credo proprio che quelli della "fabbrica del programma" Hayek non l'abbiano letto... Quello che hanno in mente, a quanto pare, è ben altro, se sul sito ulivista "Governare per" (http://www.governareper.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=378&sid=24) offrono come working paper Layard e la sua Economics of happiness, il quale propone (come saprai meglio di me...) una "rifondazione" statalista in nome della felicità che si fonda su una tassazione al 60 per cento, limiti alla pubblicità commerciale, appiattimento salariale e altre amenità assai poco liberali. Se questa è l'alternativa che ci aspetta direi che c'è da essere un tantino preoccupati...
Ciao
Finalmente qualcuno che si ricorda degli "ordini spontanei"...
Ho avuto modo di svolgere attività di consulenza per la PA. E la lezione è questa
se non si introducono meccanismi di tipo "DEMAND DRIVEN" diretti e continui, la PA rimarrà elefantiaca, sorda e inner directed.
Le soluzioni proposte sono:
Un sistema di voto-indice.
"Patenti-a-punti" per i quadri, dirigenti e front-line.
Una sorta di "Vigile delle Pa": un corpo eletto dai cittadini per controllare l'efficien-za dei servizi.
Niente di tutto ciò, caro Daniele.
La soluzione è una: meno PA.