di Benedetto Della Vedova (dal Corriere Economia)
Molto si discute del futuro dei nostri - pochissimi - “campioni nazionali”. Tra di essi il principale è senz’altro l’ENI, l’unica multinazionale italiana “vera” e con i bilanci sani. Quella dell’ENI non è la normale storia di un’azienda pubblica, ma prima di tutto la storia di un uomo-azienda, cioè quella di Enrico Mattei. Naturalmente fino al 1962, anno della morte del fondatore dell’Eni. Della fondazione dell’ENI e degli anni che l’hanno preceduta si occupa con profondità il libro di Giorgio Galli “Enrico Mattei: petrolio e complotto italiano”.
In questo volume Galli ripropone due “atti” già pubblicati nel 1976 e nel 1995 aggiungendone poi un terzo basato sull’ultima inchiesta della procura di Pavia. Proprio in questi giorni il giudice delle indagini preliminari di Pavia ha accolto la richiesta di archiviazione, presentata dall'allora sostituto procuratore di Pavia, Vincenzo Calia, che nel 1994 ha riaperto le indagini. La procura e' giunta alla certezza che il presidente dell'Eni morì a causa di un attentato:pero' non e' stato possibile raccogliere le prove e trovare i mandanti.
Nell’ultima parte del libro, quella scritta oggi, Galli ripropone dunque con ancor maggior forza la sua tesi dell’omicidio a seguito di un complotto. Evidenziando però che alla tesi dell’eliminazione pilotata dai “grandi nemici” di Mattei come gli americani del cartello petrolifero o i francesi irritati per le operazioni dell’Eni in Algeria, andrebbe sostituita quella di un’eliminazione maturata in quell’intreccio inestricabile tra gestione dell’ENI e politica italiana di cui Mattei stesso era stato prima l’artefice e poi la vittima.
Osservando la storia dell’ENI, almeno fino a tempi tutto sommato recenti, è arduo stabilire se si trattasse di un’azienda pubblica al servizio della politica e dello Stato o viceversa. L’ambizione dichiarata di Mattei era quella di perseguire l’interesse dell’Italia di affrancarsi dalla dipendenza energetica e di evitare che il cartello delle “sette sorelle” la facesse da padrone anche lungo lo stivale. Ma per raggiungere questo obiettivo Enrico Mattei usò in modo cinico e spregiudicato prima i suoi contatti e poi e soprattutto l’influenza e il denaro dell’ENI per garantirsi maggioranze parlamentari e Governi che assecondassero le sue mire. Che si trattasse della costruzione dei metanodotti o del monopolio dello sfruttamento degli idrocarburi nella Val Padana o della sua personale “politica estera”, la costruzione del consenso attraverso l’acquisizione alla “causa” dell’Eni di intere componenti di classe politica, di maggioranza e di opposizione, fu la norma. A questo servirono le riserve di denaro, fin dall’inizio occultate tra le pieghe del bilancio del cane a sei zampe.
Oggi l’Eni con i suoi 80 Miliardi di Euro è la principale società italiana per capitalizzazione nonché una vera macchina da utili. Lo Stato, dopo quattro tranche di “privatizzazione” detiene ancora il 30% circa del capitale dell’Eni: su di essa esercita il controllo ed incamera la sua quota di utili, una annuale boccata di ossigeno per le esangui casse del Tesoro. I positivi risultati economici vanno a merito di chi oggi guida l’ENI, ma, come quelli delle altre utilities, sono “troppo buoni” per non essere il segnale di mercati che ancora consentono forti posizioni di rendita. Del resto, nel settore dell’energia più che in altri settori, lo Stato vive ancora un forte conflitto di interessi nel suo duplice ruolo di “regolatore” e di “attore”. In definitiva, quale è oggi il futuro auspicabile per la creatura di Enrico Mattei? Una vera privatizzazione, con la cessione al mercato del residuo 30% in mano a Tesoro e a Cassa Depositi e Prestiti, avrebbe il valore, anche simbolico, di tagliare definitivamente il legame diretto tra l’Eni e la politica. Ma avrebbe anche un valore monetario non trascurabile: alle quotazioni attuali la collocazione del residuo pacchetto in mano pubblica garantirebbe introiti in ragione del 2% del PIL, utilizzabili per la riduzione del debito pubblico. Un buon modo di chiudere un capitolo e lasciare che altri dalla mano pubblica ne aprano uno nuovo.
www.benedettodellavedova.com
Posted by Benedetto Della Vedova at 18.04.05 15:57