di Benedetto Della Vedova
tratto da "Liberalismo, Cristianesimo e laicità", in vendita come allegato a Panorama in edicola questa settimana
Il rapporto tra politica e religione cattolica non può che essere letto, oggi, nel “nuovo” contesto internazionale.
L'“alleanza” tra Occidente e Chiesa cattolica è auspicabile, è possibile, è nelle cose, oppure no? Siamo di fronte ad una convergenza reale o apparente?
Mentre a molti sembra di intravedere una naturale convergenza tra Chiesa e democrazie liberali nella opposizione al fanatismo islamico, quindi sul fronte della “guerra al terrorismo” (come guerra al fondamentalismo terrorista, alle sue organizzazioni e agli uomini che le guidano; perciò non un concetto astratto), a me non sembra che le cose stiano proprio così. Almeno sul piano politico.
Negare che il Cristianesimo sia una parte costituente non solo della tradizione, ma dell’identità occidentale non ha senso; così come, però, non lo avrebbe non tenere conto che la nostra “modernità” nasce e si sviluppa nel rapporto dialettico e polemico con la Chiesa, la quale ne viene a sua volta contaminata. Se il liberalismo ha - come ha - debiti incommensurabili nei confronti del Cristianesimo, il Cristianesimo e il cattolicesimo hanno debiti nei confronti del mondo, del pensiero e perfino della politica liberale. E questo lo ammettono senza problemi molti intellettuali cattolici.
Se posso aprire una piccola parentesi, vorrei spendere due parole sulla questione delle radici cristiane nella Costituzione europea. Su questo penso abbia ragione Emma Bonino: l’identità politica delle istituzioni coincide con il loro progetto, guarda al loro futuro, non alla loro origine o alla loro storia passata. Si pensi all’Unione Europea, concepita nel cuore della più straziante guerra intraeuropea, dopo secoli in cui le identità e gli stati nazionali europei vivevano e regolavano i propri rapporti secondo la logica della guerra.
Il dibattito sulle radici cristiane nella Costituzione europea - non siamo di fronte ad una vera Costituzione, ma per semplicità la chiamerò così anche io - non mi ha convinto per questo: perché si trattava di una Costituzione. Non si trattava e non si tratta di discutere dell’anima e dell’identità dell’Europa, ma “semplicemente” delle regole di convivenza futura di cittadini e di Stati che la compongono.
Tornando al punto iniziale, sul terreno proprio della “guerra al terrorismo” e perfino su quello dello “scontro di civiltà o culture”, credo che sia impossibile - prima ancora che giusto o sbagliato - arruolare la Chiesa nel campo “occidentale”.
Un primo punto riguarda l'alleanza dei volenterosi come argine all’Islam fanatico, alleanza in cui la Chiesa ci starebbe - e a ragione - un po' stretta.
Mentre per molti occidentali la Cina, ad esempio, rappresenta un potenziale alleato nella guerra al terrorismo, per la Chiesa la Cina resta il paese dove i vescovi della Chiesa di Roma, che non riconoscono il potere della cosiddetta chiesa patriottica, vengono, letteralmente, fatti a pezzi.
Oppure: in molti paesi - basti pensare all’immensa Asia ex-, post- e neo-comunista e al Vietnam, ... buoni amici dell’Occidente - sono proprio i rappresentanti della Chiesa cattolica, insieme a quelli di confessioni discriminate e perseguitate, a rappresentare, quasi loro malgrado, gli esempi militanti della causa della libertà civile e religiosa e, quindi, della modernizzazione politica.
Se la "coalition of willings" non diviene una coalizione di paesi liberi e per la libertà, la Chiesa è destinata ad essere quasi ovunque (in Cina, come detto, ma anche in Russia) una delle vittime dell'illibertà (esiste, vedi devoto oli) che l'Occidente tollera e persino sostiene nei regimi alleati o "allegati" nella guerra antifondamentalista.
Non vi è un problema di mero "posizionamento", dunque, ma di sostanza politica.
Chiesa e Occidente possono essere alleati contro la sfida fondamentalista nella misura in cui convergono nella richiesta di libertà e democrazia per tutti - come lo sono stati per molti aspetti nella lotta al comunismo.
Ma bisogna andare più a fondo.
E’ certamente vero che la Chiesa di oggi - post-conciliare - si batte per la libertà religiosa e quindi, inscindibilmente per la libertà.
Nella Dignitatis Humanae leggiamo:
La persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte di singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potestà umana, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito ad agire in conformità ad essa.
La potestà civile, il cui fine proprio è di attuare il bene comune temporale, deve certamente rispettare e favorire la vita religiosa dei cittadini, però evade dal campo della sua competenza se presume di dirigere o di impedire gli atti religiosi.
E’ illecito alla pubblica potestà di imporre ai cittadini con la violenza o con il timore o con altri mezzi la professione di una religione qualsivoglia o la sua negazione, o di impedire che aderiscano ad una comunità religiosa o che vi recedano.
Si tratta di parole importanti e “pesanti”. La libertà vi assume un valore universale, pur partendo dalla libertà di scelta come fondamento della fede cristiana e come condizione della possibilità di un'adesione moralmente e religiosamente impegnativa per il credente.
Il contrasto con il nulla salus extra ecclesia - “o con me o contro di me” - è solo apparente. Nell’introduzione alla stessa Dignitatis Humanae si legge infatti:
Poiché la libertà religiosa, che gli esseri umani esigono nell’adempiere il dovere di onorare Iddio, riguarda l’immunità dalla coercizione nella società civile, essa lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale dei singoli e della società verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo.
La libertà, dunque, come fondamento della dottrina cattolica diventa richiesta universalistica.
Se questo è sicuramente un terreno comune di incontro anche sul piano politico in termini generali, non lo è stato e non lo è, come ben sappiamo, sul piano politico più stringente, più “operativo”, legato cioè alle effettive decisioni assunte.
Dall’assunto di cui parlavo sopra, infatti, non deriva un’altrettanto chiara politica di “esportazione” della libertà e tantomeno della democrazia. A maggior ragione, naturalmente, quando di mezzo c’è l’uso della guerra e della “guerra preventiva”.
Mi è capitato di ascoltare un paio di giorni fa nel corso di un colloquio su religione e laicità organizzato a Bruxelles da Marco Pannella, un lungo e articolato intervento di Giancarlo Zizzola nel quale - lo cito solo ad esempio di una sensibilità diffusa nel clero e assai tra i fedeli - egli sottolineava come l’input contro le leggi abortiste sia il medesimo di quello contro la guerra e contro il capitalismo predatorio (dove spesso l’aggettivo predatorio è una foglia di fico. E’ assolutamente vero che la Chiesa si sta “sfrangiando” sui temi legati alle dinamiche sociali ed economiche, ma c’è ancora una cifra forte di diffidenza nei confronti del liberismo (e del liberalismo tout court). Anzi, in molti criticano il fatto che la santità del diritto alla vita sia difesa in modo intransigente, sul piano politico, nel caso degli embrioni, mentre non lo sia con altrettanta risolutezza in quello della guerra o della pena di morte.
Non è un caso, dunque, che nello specifico della guerra in Iraq - la frontiera che l’Occidente ha scelto, a mio parere, con ottime ragioni, pur in modo tutt’altro che tetragono e monolitico - proprio la Chiesa abbia animato con la sua autorevolezza, dal Vaticano alle parrocchie, la protesta arcobaleno che ha calcato le piazze e le strade d’Europa, e non solo.
Il dialogo con la Chiesa nell’ambito del confronto tra Occidente e “non Occidente” è importante, ma non può prescindere dal fatto che, innanzitutto, per la Chiesa la distinzione è, e sarà, tra ciò che - o chi - è cattolico e ciò che - o chi - non lo è; come dire, dentro o fuori l’Occidente che sia. E del fatto, ripeto, che la strategia politica della Chiesa - come lo era stata nei confronti del comunismo - è completamente diversa da quella, per semplificare, di G.W.Bush.
Io credo che un aiuto la Chiesa di Giovanni Paolo II lo offra, nella crisi attuale, con la sua capacità di dialogo e di apertura verso le altre fedi, Islam compreso. E credo, se posso esprimere un concetto scontato, che quella è la via saggia della ricerca di compatibilità e di comprensione, tra le religioni e tra le culture.
Non voglio qui disquisire sull’Islam moderato e così via. Ma credo sarebbe un errore abbandonare l’idea di un Islam politico pienamente compatibile con l’“Occidente”. Sarebbe un errore, ad esempio, sottovalutare e non offrire tutto l’appoggio all’esperienza turca di Erdogan - con o senza il suggestivo riferimento alla Dc e a Sturzo. E, del resto, ciò che gli americani cercano di fare in Iraq con Allawi non è qualcosa di simile? Non è proporre democrazia ed elezioni sapendo che la “vittoria” andrà comunque a forze segnate dal connotato islamico, più o meno “moderato” che sia?
Per questo sarebbe un errore - se non uno snaturamento dell’umanesimo universalistico dello stato liberale, più che laico - pensare di superare queste difficoltà di fondo coinvolgendo la Chiesa dal punto di vista dello scontro tra culture (o civiltà), cedendo sul piano politico domestico alle rivendicazioni delle gerarchie in fatto di adeguamento della legislazione civile alla morale e alla pastorale cattolica. Se mai qualcuno lo avesse concepito così, non funzionerebbe.
Il che non significa in alcun modo, per me, sottrarsi al confronto con la Chiesa e i cattolici o rinunciare al dialogo o ritenere che la Chiesa non possa vere un ruolo politico. Anzi!
Ciò che a me sembra infastidire molti laici militanti, è la Chiesa, come comunità organizzata di cittadini, che affronta la vita civile e politica con spirito militante. Ma alla Chiesa non si può - e non si deve - togliere quello che un paese liberale deve concedere a chiunque, cioè di organizzarsi, anche come “agenzia di consenso politico”.
Anche per chi ritiene che a talune leggi o posizioni governative si sia arrivati su pressione della Chiesa cattolica, non deve sfuggire che la responsabilità politica - se mi consentite una battuta: come quella penale - è individuale. Il problema non è non può essere la pastorale o la predicazione cattolica, ma, casomai, la scelta dei politici che per convinzione o, spesso, per opportunismo scelgono di trasferire nel diritto positivo “erga omnes” convinzioni etiche o morali di alcuni.
Non è tanto la questione clericale che caratterizza vicende come quella recente della legge sulla procreazione assistita, quanto la “questione liberale”, cioè la tenuta della politica e dei politici rispetto alla tentazione di individuare illusorie scorciatoie per il consenso elettorale; e, soprattutto, alla tentazione di imporre, in alcuni campi, regole di disciplina che mortifichino un responsabile esercizio della libertà individuale.
Il legislatore liberale sa di non scegliere mai tra “il Bene e il Male”, tra la Verità e la non-Verità, ma tra ciò che è libertà e ciò che non lo è (ed è la Chiesa ad insegnare, ormai, che la libertà della verità coincide anche con la possibilità del peccato, del rifiuto di dio e della verità!). Il legislatore liberale sa di dovere estendere e consolidare un sistema di uguali diritti, e non già di forgiare o “inventare” una società di uguali o comuni convinzioni morali.
E ciò vale, a mio avviso, sia quando regole “strette” sono imposte a partire da una impostazione religiosa, come è avvenuto in Italia con la legge sulla fecondazione assistita, sia quando si parte da una impostazione “assolutistica” di matrice laicista, ma non per questo meno illiberale, come quella che ha portato in Francia alla legge su - meglio, “contro” - l’abbigliamento e i simboli religiosi.
Il peso della Chiesa oggi nella vita politica (ma, al di là delle declamazioni e di alcuni pur rilevanti episodi anche legislativi, è davvero così forte?) è, casomai, il segno della debolezza della politica stessa, della sua incapacità di offrire visioni e fiducia nel futuro.
Per questo non mi convince ergere la Chiesa -certo, quella anche decisamente umana e terrena che conosciamo - come “avversario politico” da “sconfiggere”. Per di più in un momento come quello attuale, che mostra il rischio di una pericolosa deriva intollerante e illiberale - comunque tutt’altro che inevitabile e scontata - di altre fedi e di altre organizzazioni religiose, di altri cleri, che per converso fa risaltare tutta la pur contrastata contiguità tra Cristianesimo e Occidente.
Per la stessa ragione non mi convince l’idea di utilizzare la Chiesa o le istituzioni religiose come un “surrogato di anima” per istituzioni politiche che si sentono incerte o malferme nel proprio progetto; non mi convince la tentazione di arruolare la “Chiesa militante” in una “guerra” che se si trasforma anche, o soprattutto, in religiosa, diviene ancora più difficile da vincere, o da non perdere, e rischia solo di risvegliare nella Chiesa rimpianti o illusioni neotemporaliste.…
La Chiesa può e deve essere un alleato per una politica di libertà. Rimangono avversari coloro che propongono Leggi che si conformino alla sua dottrina qualora esse proibiscano, limitino e mortifichino la libertà individuale. Mi sembrerebbe alla fine tutt'altro che liberale tentare di “blandire” la Chiesa offrendole ope legis una sorta di monopolio morale in Italia o in Europa, perché non si ha la forza di lottare, con la Chiesa e per la Chiesa, per la libertà dei milioni di cattolici discriminati, in tutto il mondo, magari proprio dagli alleati “occasionali” dell’Occidente.
Detto questo occorre guardare la realtà delle cose, al modo (oltre che al merito) concreto con cui le confessioni religiose organizzate tentano di influire sulla vita civile e entrare nella lotta politica, alle varie latitudini. E su questo le differenze non devono e non possono essere sottovalutate.
Per questo, almeno per me, il “vatican” e il “taliban” rimangono, per fortuna o purtroppo (a seconda da dove li si guardi), due espressioni della religiosità e della sua organizzazione assai distanti tra loro. Rispetto ai quali non ha senso essere “neutrali”.
Sono d'accordo, è una «possibilità», quella della «allenanza» tra Chiesa e Occidente, che anche a livello puramente politico è tutta da dimostrare, o quanto meno da precisare nei contenuti e nei metodi. Tenendo presente che il dialogo con la Chiesa in materia di rapporti tra ciò che chiamiamo Occidente e ciò che non rientra in questa definizione, come è stato opportunamente ricordato, “non può prescindere dal fatto che, innanzitutto, per la Chiesa la distinzione è, e sarà, tra ciò che - o chi - è cattolico e ciò che - o chi - non lo è”.
Mi sono permesso di citare e commentare sinteticamente questa interessantissima riflessione. My compliments!
Posted by: Wind Rose Hotel at 17.04.05 11:42