di B. Della Vedova (dal Corriere Economia)
Il confronto a sorpresa durante l’ultima puntata di Ballarò tra il Premier Berlusconi e due leader dell’opposizione come D’Alema e Rutelli - un confronto vero, finalmente! - ha fatto il pieno in termini di audience. Ma ha anche offerto un anticipo di quello che sarà il cuore dello scontro nella campagna elettorale per le prossime elezioni politiche virtualmente apertasi proprio negli studi di Raitre e che, salvo sorprese, durerà dodici lunghi mesi: l’economia.
Valutazioni sul passato, sull’efficacia delle misure adottate dal Governo e sulla credibilità degli impegni sul futuro sono stati al centro della discussione. Un continuo snocciolare dati, difficili da digerire per per tutti. Anche perché, senza scomodare Trilussa, perfino delle medesime statistiche o indicatori è possibile offrire una lettura diversa (cosa che accade puntualmente, in buona e in cattiva fede). Da questo punto di vista, il saggio di Luca Ricolfi “Dossier Italia” rappresenta un utilissimo vademecum, naturalmente non esaustivo, per orientarsi nella lettura di quanto sta accadendo all’economia italiana e “attrezzarsi” per seguire meglio anche il dibattito politico, districandosi tra definizioni e indicatori.
L’accattivante sottotitolo “A che punto è il contratto con gli italiani”, si riferisce al capitolo nel quale Ricolfi tenta un calcolo esatto della percentuale di realizzazione del programma del Governo, nella sua formulazione televisiva presentata da Berlusconi nella famosa puntata di Porta a Porta, e della probabilità che venga completato entro la fine della legislatura. Secondo questa analisi fino ad oggi solo l’impegno all’aumento delle pensioni minime è stato completamente mantenuto, mentre per gli altri lo stato di avanzamento varia dallo zero per la riduzione dei reati al 59,1% per ciò che concerne la riforma delle aliquote dell’imposta sui redditi.
Se le percentuali di realizzazione sono mediamente ancora lontane dal 100%, non sfugge la novità di un programma di Governo la cui realizzazione sia sottoponibile ad una sorta di valutazione quantitativa. Per questo, oltreché per le considerazioni sulla congiuntura internazionale e le storiche zavorre del “sistema italia”, Ricolfi se la cava sul punto con un giudizio salomonico: “resta solo da vedere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto”.
Una parte importante dell’analisi proposta in questo saggio è dedicata ad evidenziare come lo stereotipo destra/sinistra (politiche “di destra”, politiche “di sinistra”) sia stato ampiamente superato anche in Italia: se con il Governo “di destra” è di fatto aumentata la spesa sociale, ad esempio, con quelli “di sinistra” si sono fatte assai più privatizzazioni; e via di questo passo.
Da Bush a Blair, del resto, lo schema tradizionale destra/sinistra ha perso la sua capacità di lettura delle politiche economiche.
Ciò che però caratterizza l’Italia è che la continuità tra destra e sinistra non può contare sull’eredità liberista di un Reagan o di una Thatcher. La continuità italiana resta fondamentalmente quella corporativa e consociativa, assistenzialista e protezionista, dove al Governo e alla politica viene richiesta la funzione di comporre gli interessi annacquando il confronto che, ai vari livelli, si determina sul mercato (o, meglio, sui mercati). Nel perseguire, illusoriamente, un sistema dove non ci siano “vinti” e “vincitori” - che è cosa assai diversa dal predisporre strumenti efficaci per sostenere tutti coloro che si trovano in difficoltà incentivandoli al contempo a superarla - si finisce per rinunciare alla efficienza del mercato, di volta in volta definito “selvaggio” e “cinico” quando non “amorale”. Da questa visione non si sono emancipate nel loro insieme le forze politiche di centro-sinistra; ma nemmeno quelle di centro-destra hanno saputo segnare, in questi anni di governo, una sostanziale discontinuità con le caratteristiche di fondo del “sistema Italia”. Sistema di cui fanno parte integrante, nei molti vizi e poche virtù, anche le organizzazioni sindacali e quelle imprenditoriali (seppur in modo diverso e con diverse responsabilità). In attesa che qualcuno sappia efficacemente argomentare una tesi diversa, la questione centrale dell’economia italiana resta dunque quella di una svolta liberale e di mercato, fino ad oggi largamente incompiuta.
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Posted by Benedetto Della Vedova at 11.04.05 11:26Un tempo il confronto politico si articolava in uno scontro ideologico fra destra e sinistra.
Nel corso degli ultimi dieci anni, invece, con la fine delle ideologie vi è stato indubbiamente un superamento di tale logica ed oggi, soprattutto a livello di politica-economica trovare forti elementi di differenza fra i due schieramenti è operazione ardua.
A mio avviso l'impostazione della politica-economica, che condiziona fortemente i due veri schieramenti di oggi, ovvero liberisti e statalisti (o progressisti), si modella attorno alla visione culturalmente forte in un Paese. Per questa ragione ad esempio in Inghilterra anche i laburisti perseguono politiche abbastanza liberali in economica, mentre in Italia il centrodestra si pone sul piano delle politiche sociali in una posizione di subalternità rispetto al centrosinistra.
Per questa ragione in Italia è difficile attuare politiche-economiche liberiste e se a questo aggiungiamo la presenza di una cultura che vede ancora lo Stato come l'onnipotente allora per i liberisti l'operazione diventa impossibile.
L'alternativa sarebbe quella di prendere ad esempio il modello americano, dove il reaganismo è nato anzitutto come capolavoro dei think-thank repubblicani.
Abbiamo però la forza di compiere una simile operazione culturale, in termini di uomini? E soprattutto su quali basi della nostra tradizione possiamo appoggiarci? Gli americani hanno fatto leva su una tradizione all'individualismo, la quale non era stata oscurata neanche nei periodi più keynesiani della storia a stelle e strisce.
In Italia invece da dove partiamo?