di B. Della Vedova (dal Corriere Economia)
Raccontare la storia dei quotidiani è anche un modo di raccontare la storia di un paese. Nel suo ben documentato “L’Europa di carta”, Giancarlo Salemi ripercorre le vicende dei principali quotidiani francesi, spagnoli, inglesi e tedeschi evidenziandone i legami con l’evoluzione politica e sociale dei rispettivi paesi.
La lettura appare quanto mai utile in un paese in cui della stampa dei media internazionali si parla molto ma si conosce poco. Due miti tutto sommato da sfatare, ad esempio, sono quello dell’”indipendenza” della stampa straniera rispetto alla politica e quello degli “editori” puri. I giornali britannici, per dire, non hanno certo pudore nel mostrare la propria scelta di endorsement ai candidati premier. Anche a costo di contraddire il proprio posizionamento “secolare”, come nel caso del sostegno del Times a Tony Blair nelle elezione del 1997. Quanto agli editori puri, che dire dell’acquisto della storica testata Le Figaro da parte dell’industriale aeronautico francese Serge Dassault, quello che ha costruito i falcon militari?
Una differenze certa, questa sì, dell’editoria quotidiana italiana rispetto a quella britannica e tedesca è di essere caratterizzata da una sostanziale omogeneità dei prodotti. Mentre Gran Bretagna e Germania sono caratterizzate da un mercato fortemente duale, da una parte i quotidiani “di qualità” dall’altra quelli “popolari”, nel nostro paese questi ultimi sono del tutto assenti. Una delle ragioni, questa, della scarsa diffusione in Italia di copie giornaliere complessive: circa 100 copie vendute ogni mille abitanti contro le oltre 300 di Germania e Gran Bretagna. Su questo dovrebbero riflettere gli editori italiani che lamentano lo strapotere del duopolio televisivo nella raccolta pubblicitaria. A parte l’esperienza dell’Occhio diretto nel 1979 da Maurizio Costanzo e quella recentissima ma acerba di Fatti Nuovi - entrambe di brevissima durata - nessun grande editore si è mai cimentato in questo settore. Lo spazio dei quotidiani popolari - che in Germania e Gran Bretagna e ora anche in Polonia, come è noto, macinano milioni di copie giornaliere - è occupato in Italia in parte dagli stessi quotidiani tradizionali ed in parte dalla larga diffusione dei settimanali. Ma ciò non toglie che le molte e consolidate esperienze positive europee dovrebbero spingere a rischiare qualche consistente investimento per allargare il mercato dei quotidiani e conseguentemente la raccolta pubblicitaria. Quella degli investimenti e della diversificazione, è la prova a cui sono chiamati gli “editori impuri” della stampa italiana. Se è vero, come abbiamo detto, che quello dell’”editore puro” appare sempre più un mito che non una realtà anche altrove, è comunque caratteristica tutta italiana quella di un’editoria completamente appannaggio di gruppi industriali e finanziari.
Proprio la crisi attuale consentirà di meglio capire quanto la presenza nella carta stampata rappresenti una diversificazione rispetto ai vari core business e quanto invece la caratteristica di un sistema capitalistico in cui le “relazioni” e le “entrature” garantite dalla proprietà di un giornale contano più di tutto (il che, trattandosi spesso di società editoriali quotate, non dovrebbe accadere).
Altro elemento: i grandi quotidiani di qualità dei due paesi leader nella diffusione, Inghilterra e Germania, stanno cercando di reagire alla emorragia di copie passando dal formato “lenzuolo” a quello tabloid o meglio, per evitare confusione sui contenuti, al formato “compact”. E’ il caso, ad esempio, di Time e di Die Welt. Non sembra che fino ad ora gli editori, italiani impegnati negli investimenti sul colore, abbiano intenzione di rinnovare i quotidiani tradizionali anche nel formato: una scelta forse ancor più innovativa e che, proprio sulla scorta dell’esperienza straniera, potrebbe rivelarsi più efficace nel rilanciare le vendite (su questo, evidentemente, La Repubblica rappresenta un caso a parte).
Una notazione finale, va riservata alla stampa spagnola. In questi giorni in cui in troppi scomodano l’interesse nazionale per impedire ad una banca spagnola di acquisire il controllo di una banca italiana (e nemmeno delle principali), è bene ricordare che uno dei due grandi quotidiani iberici, El Mundo, è controllato dall’italiana RCS, editrice del Corriere della Sera. Come dire, .... “è l’Europa, bellezza”.
www.benedettodellavedova.com
Posted by Benedetto Della Vedova at 04.04.05 15:11Ho letto il libro di Giancarlo Salemi perché frequento il corso di Laurea in Scienze della Comunicazione all'Università di Palermo e devo essere sincero, a differenza di molti testi accademici è di facile lettura e scorre via abbastanza velocemente. Forse più che un libro di storia mi sembra un'inchiesta giornalistica ben documentata. Complimenti.
Posted by: francesco at 05.04.05 15:43