di Benedetto Della Vedova (da Il Foglio)
Tra le ragioni della difficoltà dell’industria italiana viene spesso evidenziata la persistenza in settori tradizionali, maturi e quindi più soggetti alla competizione delle potenze economiche emergenti. Calzature, tessile, arredamento e altri comparti che ancora rappresentano quote importanti dell’industria italiana e ancor più delle esportazioni, sono quelli dove più si è accesa la sfida “cinese”.
I bilanci di queste aziende soffrono, così come soffrono quelli di moltissime - verrebbe da dire di quasi tutte - le aziende industriali italiane, dei vari comparti. E i bilanci rappresentano pur sempre un buon indicatore della salute di un sistema produttivo (a maggior ragione se il retropensiero fosse di un’abitudine all’uso del belletto piuttosto che dell’understatement), così come lo sono i corsi azionari.
Questa situazione presenta delle significative eccezioni. Il fatto che vi siano aziende e comparti che brillano in Borsa ben oltre la media degli indici, però, finisce in questo caso per esser fonte di ulteriori preoccupazioni sulla tenuta del sistema produttivo italiano piuttosto che di ottimismo.
Se consideriamo l’indice S&P/MIB della borsa di Milano, vediamo come le aziende che hanno performance decisamente superiori alla media appartengono quasi esclusivamente al comparto delle utilities. Alcuni esempi: a fronte di una crescita media dell’intero indice del 18.13% negli ultimi dodici mesi, Enel presenta una crescita del 24.32%, Eni del 22.14%, Autostrade del 36.97%, Autostrada TO-MI del 56.85%, Acea del 55.14%. Che queste aziende creino valore per i propri azionisti è positivo, anche quando tra di essi figurano in modo preminente lo Stato o i comuni (che però finiscono per trovarsi in conflitto di interesse, nella loro duplice funzione di azionisti e di regolatori e rappresentanti degli interessi generali).
A meno di pensare che i soli manager italiani a sapere il fatto loro stiano ormai tutti nelle utilities, è chiaro che queste performance positive sono il segnale di mercati protetti in cui ancora è possibile godere di robuste rendite di posizione.
Difficile spiegare altrimenti anche la crescita degli utili operativi lordi nei primi nove mesi dello scorso anno di alcune aziende: Eni + 25% con un rapporto del 20,91% sui ricavi; Enel +6.2% con un rapporto del 15.84% sui ricavi; Autostrade +14% con un rapporto del 38.5% sui ricavi; ASM di Brescia +20.55% con un rapporto del 13% sui ricavi. A fronte di questi risultati positivi, altro non c’è che il peso crescente - o comunque ingiustificabilmente elevato - delle tariffe per famiglie e imprese. Più che alla creazione di ricchezza, queste performance aziendali fanno pensare ad una redistribuzione di risorse assai poco efficiente e tutto sfavore dei settori produttivi aperti alla concorrenza internazionale (oltreché a sfavore di consumatori finali senza vera libertà di scelta).
Questa analisi era stata lucidamente proposta dall’ex Presidente dell’Antitrust Giuseppe Tesauro nella sua Relazione Annuale del 2003: “.... Ciò significa che il costo della mancata concorrenza o della protezione accordata a taluni settori (si pensi all’industria estrattiva ed energetica, nonché ai servizi professionali, finanziari e assicurativi) ricade ampiamente sui settori industriali più efficienti, che devono pagare più alti prezzi di acquisto per gli input forniti dai primi con inevitabile difficoltà a competere nello scenario internazionale ed effetti negativi per il sistema-Paese”. In un sistema efficiente, le aziende che operano nei settori “vassalli” dovrebbero avere margini che tendono ad allinearsi o almeno a seguire l’andamento di quelli medi. Quando questo non accade in modo così clamoroso siamo di fronte ad un problema grave.
Di ciò dovrebbero essere consapevoli per primi una maggioranza ed un Governo che puntano ad una - più che opportuna - diminuzione del carico fiscale per favorire la crescita economica e che vogliano che l’operazione abbia successo. Da questo punto di vista, aveva ragione il Professor Mario Monti indicando nella scelta dei Commissari per l’Antitrust il rischio di un deficit di politica, piuttosto che il suo contrario. Una strategia coerente, infatti, oggi non può che vedere accanto alla diminuzione delle tasse, un rafforzamento di quegli strumenti e di quelle istituzioni volte a combattere le rendite di posizione e a favorire mercati aperti, in grado di produrre efficienza e crescita per il sistema nel suo complesso. L’Antitrust e le altre Autorità non sono santuari inaccessibili ai “laici” e neppure oracoli indiscutibili, ma restano oggi armi insostituibili per battere le rendite, il vero nemico del mercato, soprattutto in quei settori dove le logiche monopolistiche sono più dure a morire. Per questo ci aspettiamo, in particolare dai nuovi vertici dell’Antitrust, un’azione particolarmente energica.
Benedetto Della Vedova
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