15.03.05

Il dazio non paga

da Il Foglio, pag. 4
Il problema della concorrenza economica e industriale cinese può essere affrontato in due modi: comprendendo e ammettendo che si tratta, appunto, di “concorrenza”, e dunque utilizzando gli strumenti che la favoriscono e regolano; oppure facendo finta che si tratti d’altro, che non siano quindi in gioco rapporti e conflitti di carattere concorrenziale, ricorrendo allora a metodi ed espedienti di contrasto tali per cui la concorrenza non è infine regolata, ma impedita. Il fatto è che nel secondo modo non si risolve il problema: lo si accantona e se ne producono altri.

Occorrerebbe riconoscere in primo luogo che i prodotti cinesi sono acquistati da imprese europee e italiane: l’occupazione e i profitti che vengono dalla loro commercializzazione sono europei, sono italiani. Non durerà per sempre e non durerà nemmeno per molto: nel senso che per ora l’impresa cinese non è impiantata istituzionalmente e societariamente in Europa, e appunto si limita a produrre e a vendere alle imprese europee. Ma il tempo dello stabilimento in Europa dell’impresa cinese è ineluttabilmente vicino, e quando arriverà avremo società cinesi “europee” che faranno il nostro lavoro, il lavoro delle imprese europee e italiane, cioè comprare e rivendere i prodotti che ancora per lungo tempo rimarranno concorrenziali. Da qui ad allora, all’impresa europea e italiana dovrebbe essere facilitato il compito di svilupparsi, di specializzarsi, di radicarsi quale realtà privilegiata nel commercio e nello scambio del prodotto cinese, ciò che non si ottiene, ma piuttosto si impedisce, con le misure restrittive di cui si vagheggia.
Non basta. Fare le mostre, infatti, che non siano in gioco innanzitutto – come invece sono in gioco – rapporti e conflitti di carattere concorrenziale, porta a negare dati di forza ormai irresistibile: in primo luogo, che la produzione cinese non è più (o non è più soltanto) scadente e assistita da tecnologia obsoleta (anzi!), e che quella europea e italiana non è davvero sempre di eccellenza (anzi!). Spesso, dunque, la ragione per cui si vuol contrastare l’ingresso del prodotto cinese è esattamente contraria rispetto a quella dichiarata, secondo cui si tratterebbe di prodotto vile, pericoloso, non garantito: al contrario, non lo si vuole nei nostri mercati proprio perché, oltre che meno costoso, è anche un buon prodotto. E così per le ragioni di tutela del prodotto europeo, che finiscono per proteggere non raramente la sopravvivenza di realizzazioni scadenti e mezzi di produzione obsoleti, piuttosto che ormai perdute caratteristiche di innovazione e qualità.
Altro discorso riguarda la contraffazione. E' certamente da reprimere (e ci sono norme domestiche ed europee che la reprimono), ma la nazionalità e provenienza del prodotto contraffattorio non dovrebbero poter determinare né tanto meno giustificare trattamenti sanzionatorii mirati.
Peraltro lo stesso termine "contraffazione" è spesso adottato (e addebitato) in modo improprio, cioè per qualificare iniziative in realtà assolutamente lecite e anzi favorite in un sistema di mercato: "imitare", "copiare" è lecito. Non significa necessariamente fare contraffazione, la quale suppone l'esistenza di validi diritti di privativa (marchi, brevetti).
Infine, sarebbe bene introdurre, anche sul piano della decisione politica, una sorta di analisi costi-benefici di eventuali misure protezionistiche. Se, ad esempio, consideriamo il settore tessile, è chiaro che misure di contenimento dell’import cinese potrebbero forse offrire nell’immediato una boccata di ossigeno alle imprese italiane, ma colpirebbero duramente gli interessi dei consumatori; in particolare quelli meno abbienti. Da una parte abbiamo interessi ben organizzati (tanto sul fronte padronale che su quello sindacale) e in grado di promuovere potenti azioni di lobbying verso la classe politica, dall’altra interessi ben più diffusi ma dispersi. Se mai la potente azione di lobbying, che non riguarda solo l’Itala ma che attraversa l’intera Europa, dovesse davvero portare all’introduzione di misure protezionistiche nei confronti dei prodotti tessili cinesi - al di là dei meccanismi transitori di salvaguardia già previsti in ambito WTO - avremo, ad di là delle apparenze, una somma di risultati negativi. Per quanto riguarda il settore produttivo l’effetto sarebbe quello di ritardare processi inevitabili ed urgenti di riconversione o riqualificazione produttiva (diversificazione verso altri settori, innovazioni di processo, riqualificazione verso l’alto della produzione); di questi ritardi si pagherebbero in seguito le pesanti conseguenze. Per ciò che concerne i consumatori, invece, l’imposizione di dazi o misure di effetto analogo rappresenterebbe in definitiva una perdita sensibile di potere d’acquisto del tutto equivalente ad un aumento della tassazione sui consumi.

Benedetto Della Vedova
Iuri Maria Prado

Posted by Benedetto Della Vedova at 15.03.05 14:39

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Commenti

Sono completamente daccordo con lei sui pregi (pochi) e difetti (molti) di una politica protezionistica affidata al sollevamento di barriere all'entrate come i dazi commerciali.

Qualche perplessità, e le confesso che non mi sono fatto ancora un'idea in proposito, la mantengo nel momento in cui si vuole riconoscerealla Cina lo status di concorrente leale.
In breve non sono sicuro che le politiche sociali della Cina,lo sfruttamento della manodopera, i sussidi agli investitori stranieri, la mancanza di strumenti previdenziali e di sicurezza sul lavoro (tanto per fare qualche esempio), ne facciano un concorrente leale (dove per leale intendo equo).
Tutte le regole che abbiamo in Italia (e che finiscono per rendere le nostre impese più pesanti e meno competitive verso competitors esteri) sono frutto della scelta di una direzione nel tradeoff tra un economia flessibile e dinamica ed un economia sicura e protettiva (probailmente in maniera eccessiva).
Forse noi di regole ne abbiamo troppe, ma oggettivamente credo che la Cina rappresenti l'esempio opposte.

Grazie

Andrea

Posted by: Andrea at 21.03.05 18:03