di B. Della Vedova (dal Corriere Economia)
Gli scandali che negli anni recenti hanno coinvolto e travolto alcune grandi multinazionali, hanno riproposto con forza il tema della governance delle grandi aziende. In particolare l’attenzione si è concentrata sul ruolo dei manager e sui loro compensi. Nel suo denso saggio “Il trionfo dell’élite manageriale”, Alessandro Casiccia ricostruisce approfonditamente l’evoluzione del ruolo manageriale nelle aziende, in relazione ai mutamenti economici e politici intercorsi, dalla prima metà del secolo scorso fino ad oggi.
La deterritorializzazione delle imprese e l’accresciuto peso della finanza che caratterizzano questi anni a cavallo dei due secoli, hanno portato rapidamente alla crisi i modelli organizzativi aziendali sperimentati nel corso del ‘900.
Tornando ai compensi, va innanzitutto sgombrato il campo, a mio avviso, da ogni moralistico giudizio sul “valore assoluto” delle remunerazioni. Se calciatori o presentatori televisivi possono spuntare ingaggi fino a decine di milioni annui, non dovrebbe stupire che coloro che hanno la massima responsabilità nella gestione di complesse organizzazioni multinazionali ottengano compensi milionari. Neppure la crescita esponenziale della disparità tra il compenso dei top manager e quello medio dei dipendenti aziendali di per sé stessa rappresenta necessariamente una patologia. Patologiche sono le remunerazioni stellari dei CEO in presenza di risultati aziendali deludenti o disastrosi; oltreché, va da sé, comportamenti fraudolenti che portano i massimi livelli aziendali a perseguire deliberatamente il proprio interesse patrimoniale a discapito dell’azienda. Oppure l’ossessione per i risultati di breve periodo quando essi siano in contrasto con una stabile e duratura crescita del valore aziendale.
L’interrogativo che si pone Casiccia - che termina il suo saggio evocando modelli di gestione aziendale di tipo partecipativo - è se “il mercato resti davvero e sempre un severo penalizzatore delle cattive gestioni e dell’inefficienza manageriale”.
Nonostante gli scandali, che hanno spesso comportato risvolti penali per i dirigenti responsabili, i mercati finanziari sembrano mostrare la capacità di reagire per salvaguardare il loro bene primario: la (buona) reputazione. La via seguita dai mercati più evoluti è quella della autoregolamentazione.
Il London Stock Exchange ha dato un ruolo preciso alle migliori pratiche di corporate governance inserendole tra le Listing rules (con la formula del “comply or explain”: o ci si adatta o si spiega perché no); una parte rilevante di tali regole riguarda proprio la questione della remunerazione degli amministratori. L’autoregolamentazione ha in questo caso una caratteristica di tassatività rispetto alla quotazione che, purtroppo, non sembra in grado di avere il Codice Preda della Borsa di Milano. La Commissione Europea ha di recente adottato alcune Raccomandazioni (provvedimenti che gli stati membri non sono obbligati ad adottare, ma che indicano con forza la direzione di marcia auspicata a livello comunitario) sulla corporate governance, una delle quali dedicata ad ottenere la massima trasparenza sui meccanismi e le forme di remunerazione degli amministratori; anche qui la via suggerita, pur nell’ambito dell’intervento normativo e non della - preferibile - autoregolamentazione, è quella della “comply or explain”. Negli Stati Uniti sono alcuni dei protagonisti dei mercati finanziari, in particolare i Fondi Pensione, ad avere unilateralmente previsto misure volte a prevenire abusi da parte dei manager come precondizione per acquisire partecipazioni societarie.
Sono alcuni esempi che, senza indulgere in ottimismi acritici, mostrano non solo la capacità, ma la necessità che i mercati - nella componente degli attori e in quella delle istituzioni - corrano ai ripari per salvaguardare la loro reputazione e la loro capacità di attrarre risorse garantendone un utilizzo il meno distorto possibile.
Le élite manageriali sono avvertite, in particolare laddove le imprese sono più contendibili e meno conta il loro patrimonio di “relazioni”.
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Posted by Benedetto Della Vedova at 14.03.05 10:44