07.03.05

E se facessimo di malpensa lo scalo per la Cina?

di B. Della Vedova (dal Corriere Economia)
“Aircrash. Anatomia di un flop”, il libro inchiesta che Lucia Visca e Fabrizio Spagna hanno dedicato al disatro della compagnia di bandiera, non lascia alibi: le cause della crisi in cui versa Alitalia vanno ricercate nella sua cattiva gestione prima che nelle difficoltà che hanno investito il settore del trasporto aereo. Incapacità e improvvisazione, interferenze politiche, localismi e miopi prepotenze sindacali hanno spinto mese dopo mese l’Alitalia verso il baratro.

Tutti si augurano che Alitalia si salvi, ovvio. Meglio un’azienda sana che garantisca valore per gli azionisti e solide prospettive occupazionali che una fallita. Nemmeno i liberisti più coerenti nutrono sentimenti antinazionali, al punto da augurarsi la scomparsa di Alitalia in favore dei concorrenti “stranieri”. A patto che, naturalmente, il permanere sul mercato di Alitalia non avvenga artificiosamente e a detrimento della libertà di scelta dei consumatori. I contribuenti italiani, ai quali molti vorrebbero ricorrere per “salvare” Alitalia con contributi pubblici, hanno già espresso il loro parere “votando con i piedi”, scegliendo in massa, da utenti, le più efficienti alternative alla compagnia di bandiera che la liberalizzazione ha reso sempre più accessibili.
Ma quali sarebbero le ragioni per cui, si dice, “l’Italia non può rinunciare alla propria compagnia di bandiera”? La qualità del servizio? Abbiamo detto. L’accessibilità al trasporto aereo? In pochi anni le compagnie low cost hanno saputo fare ciò di cui in decenni non erano stati in grado i vettori pubblici: rendere l’aero un mezzo di trasporto popolare e non più elitario (hanno fatto più per l’unità europea Ryanair, Easyjet e Virgin che tutte le compagnie di bandiera messe insieme). La continuità territoriale e l’accessibilità alle aeree marginali del paese? Per questo, se e quando serve, esistono strumenti alternativi e meno onerosi del manenimento di un’azienda: le convenzioni con vettori privati. Altri sostengono che Alitalia vada salvata perché un paese a vocazione turistica come il nostro non può rinunciare ad offrire collegamenti diretti a centinaia di milioni di potenziali “clienti”. Solo dalla Cina, ad esempio, si muoveranno verso l’Europa cento milioni di turisti nelle stagioni a venire: se voleranno British, Air France o Lufthansa, si dice, le mete privilegiate diverranno Londra, Parigi o Berlino prima che Roma o Firenze. Possibile, anche se il volo diretto non è né l’unico né il principale fattore di intercettazione dei flussi turistici (si arriverà alla richiesta di intervento pubblico per la creazione di grandi tour operator o catene alberghiere all’insegna del tricolore?). Riguardo la Cina, tra l’altro, Visca e Spagna sottolineano nel loro volume come una possibile via d’uscita per Malpensa, secondo alcuni, potrebbe essere quella di divenire l’hub europeo di AirChina; serebbe utile lavorare in questa o analoga direzione, sfuggendo alla stucchevole e autolesionista guerra dei campanili tra Roma e Milano.
L’auspicio è che lo Stato misuri i suoi passi, e lasci che del tentativo di salvataggio di Alitalia siano protagonisti unicamente manager a cui dare piena autonomia e lavoratori, che non hanno ragione alcuna di ritenersi meritevoli di privilegi non concessi ad altri lavoratori di grandi o piccole aziende. Le regole dell’Unione Europea impongono vincoli strettissimi alla concessione di aiuti di stato alle compagnie aeree (giova ricordare che Alitalia ne usufruì in passato unitamente ad altre compagnie di bandiera, che però seppero farne buon uso) ed in particolare richiedono che ogni intervento sia effettuato in condizioni accettabili per un investitore privato. Ma allora, perché non affidare direttamente ai privati, accelerando la privatizzazione totale dell’azienda, le sorti della compagnia di bandiera? I privati, quantomeno, dovrebbero saper sgombrare il campo da tutti i condizionamenti politici e clientelari che hanno impedito in tutti questi anni il varo di un piano industriale credibile e “duro” quanto ormai necessario.

www.benedettodellavedova.com

Posted by Benedetto Della Vedova at 07.03.05 14:18

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Commenti

Sul tema la penso come lei e le dico di più.Se l'alitalia venisse acqiusita da una compagnia straniera di qualunque nazionalità a me non me ne fregerebbe assolutamente nulla.Non dobbiamo più raggionare con logiche nazionali e restrittive.Se alitalia fosse acquistata dalla KLM sarebbe sicuramente una società più efficiente e soprattutto farebbe di tutto per razionalizzare i costi e massimizzare i profittti,migliorando il servizio per i clienti.Quello del trasporto aereo è uno dei tanti servizi dove lo stato deve immediatamente uscire fuori lasciando fare ai privati

Posted by: Daniele at 28.03.05 01:13