21.02.05

Ma quel gran pezzo dell'Emilia si puo' rompere

di B. Della Vedova (dal Corriere Economia)
Il modello basato su consenso e cooptazione, che tanto piace a Edmondo Berselli, nell'era della competizione mostra la corda.

Il modello emiliano - quell’impasto di potere egemonico della sinistra comunista ed ex comunista italiana, di efficienza amministrativa sopra la media nazionale, di imprenditori pragmatici e cooperative onnipresenti- di cui con affetto e compiaciuta autoironia racconta Edmondo Berselli nel suo “Quel gran pezzo dell’Emilia”, viene indicato come un esempio di consociativismo “vincente” e paradigma di una eventuale Italia prodiana del post 2006.

Come scrive Berselli, Togliatti affidò ai compagni emiliani una missione: “dimostrare che il socialismo si può fare pacificamente con un largo fronte democratico, in cui le ragioni del lavoro e quelle del capitale possono collaborare per far vedere che i comunisti sono capaci di far stare bene il popolo”.
Buone performance economiche ed efficacia nella spesa sociale hanno segnato i passati decenni in quelle terre. A questo proposito giova ricordare che lì si seppe far tesoro ben più che altrove del “lascito” della stagione d’oro della spesa pubblica, di fatto cogestita dalla DC e dal PCI: quando i trasferimenti alle regioni per la spesa sanitaria vennero fissati sulla base della spesa “storica”, ad esempio, l’Emilia Romagna si trovò beneficiata dagli alti livelli di spesa che i “compagni” avevano strappato nelle finanziarie dei precedenti decenni in cambio del sostanziale via libera alle manovre democristiane.
Quello emiliano è un modello basato sul consenso, la cooptazione e la cooperazione, dove al centro della vita imprenditoriale stanno le relazioni più che la competizione.
Il ruolo dei corpi intermedi è fondamentale nell’assicurare a cittadini e imprenditori un ruolo e uno spazio: la vita da outsider è in Emilia più dura che altrove.
Pur anch’esso costituito da un tessuto di piccole e medie imprese, il modello emiliano si differenzia sostanzialmente da quello del vicino nord-est, che invece si presenta come individualista e atomistico. Difficile stabilire quale sia la condizione migliore per sostenere l’impatto delle rutilanti trasformazioni in corso trainate dalla globalizzazione: se l’assetto compatto e solidale dell’economia emiliana sembra dare l’impressione di meglio reggere agli urti, quello del triveneto - meno “pensato” e pur in un periodo di accentuate trasformazioni e difficoltà - sembra garantire più capacità di reazione e adattamento. Alla fine l’agilità e l’attitudine alla competizione senza rete potrebbe fare premio sulla solidità e l’abitudine consociativa.
In più, qualche segno di scricchiolio nel modello del consenso emerge. Nell’ultimo rinnovo contrattuale dei metalmeccanici la FIOM, che non aveva firmato il Contratto Nazionale, proprio in Emilia Romagna, dove aveva la forza organizzativa necessaria, andò “all’assalto” delle imprese segnando più di un successo nello strappare un consistente protocollo aggiuntivo.
Su di un altro fronte, va sottolineata la dura controversia sul ruolo della super-municipalizzata Hera, azienda multiservizi nata dall’aggregazione dell’azienda bolognese e di alcune romagnole. Nemmeno nella terra del consenso e della deferenza verso la pubblica amministrazione si è saputo risolvere il conflitto di interessi tra i comuni-azionisti e i cittadini-utenti, particolarmente acceso nelle aziende quotate. La volontà di creare valore attraverso la leva tariffaria, facilmente azionabile in regime di monopolio, finisce per prevalere sul desiderio di non scontentare gli utenti, che oggi protestano per le bollette salate e domani potrebbero cominciare a ridire sul costo complessivo del “modello sociale emiliano”, sempre più a carico delle finanze locali.
Non è scontato, insomma, che un modello basato sulla costruzione e la gestione del consenso possa dare buoni frutti nell’era del conflitto e della competizione.

www.benedettodellavedova.com

Posted by Benedetto Della Vedova at 21.02.05 19:27

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Commenti

Parlando da profano dell'economia, può anche essere che, se il federalismo opererà il proprio corso con regolarità, presto i cittadini emiliani non si limiteranno a beneficiare dei vantaggi del loro modello economico, ma cominceranno a pagarne anche i costi. E ciò potrà avere nel lungo periodo anche conseguenze politiche a livello locale.

Quanto al modello, sarà per campanilismo, ma fra quello emiliano e quello veneto, preferisco di gran lunga il modello lombardo.

Un saluto.

Posted by: harry at 25.02.05 17:57

Nella città (Reggio Emilia) in cui un elettore su due ha votato "Uniti nell'Ulivo" alle scorse europee, un giornalaio di destra mi ha detto: "O sei con loro o ti considerano contro di loro... io me ne dovrò andare".
Esagerava sicuramente; ma - appunto - in una struttura sociale che si basa sulla cooperazione e sulle relazioni, stare fuori è peggio che altrove, come ha scritto Benedetto.
Per ora il sistema emiliano non si sgretola: sono in tanti, tuttora, a riceverne i benefici.
L'Emilia è una delle regioni più ricche d'Italia, e finché si sta bene non ci si lamenta troppo. Ma agli esempi elencati da Benedetto aggiungerei l'invidia latente per il modello sanitario lombardo.
Dal modulo E111, online qui in Lombardia e con coda all'Asl in Emilia, alle prestazioni ospedaliere, alle analisi, nei centri convenzionati qui in Lombardia e negli ovviamente pochi ospedali pubblici in Emilia.
E ancora si pensi agli asili reggiani che tutto il mondo prende ad esempio, nei quali i reggiani non possono quasi più iscrivere i loro figli perché la "coda" è troppo lunga.
Per concludere, molti cominciano a lamentarsi del degrado di alcuni importanti centri storici, svuotati turisticamente e commercialmente.
Per il momento è troppo poco per cambiare massicciamente il voto, ma nessuno scommette che durerà per sempre.

Posted by: Massimiliano Melley at 28.02.05 15:13