da Il Sole 24 Ore, pagina 13
La difficoltà politica di archiviare il progetto di ridurre il carico fiscale è proporzionale alla portata di quel disegno, che forse in molti hanno sottovalutato al momento della sua formulazione. Ridurre le imposte, infatti, non è una questione meramente contabile che si possa affrontare e risolvere attraverso l’apparente tecnicismo delle “coperture”.
Si tratta al contrario, se si vuole evitare la pura e inutile cosmesi, di ridisegnare in profondità e in chiave liberale il rapporto tra Stato e cittadini e tra Stato e imprese. Una riduzione della tassazione comporta una ridefinizione e una restrizione del perimetro dello Stato, cioè meno spesa pubblica e più mercato. Di questo credo siano convinti anche quanti credono che una riduzione delle aliquote possa disincentivare l’elusione e l’evasione e per questa via, unitamente ad un maggiore dinamismo economico provocato dalla crescita della propensione al lavoro e alla produzione, compensare nel medio termine la caduta del gettito. Ridurre la spesa pubblica non è un obiettivo politicamente semplice, se è vero che neppure Ronald Reagan vi riuscì, ma in Italia resta un passaggio essenziale per la riduzione delle imposte.
L’analisi delle difficoltà che il Governo incontra oggi può certamente essere ricondotta a variabili esogene alla politica economica italiana. Crisi dei mercati finanziari, aumento del prezzo del petrolio, debolezza dell’euro e incremento della competizione di nuove potenze industriale sono fattori che, intrecciandosi, definiscono un quadro oggettivamente difficile.
Sui vincoli dettati dal patto di stabilità e di crescita, invece, è bene essere prudenti. In un paese gravato da una spesa pubblica che sta poco sotto al 50% del PIL, la riduzione delle entrate (per l’equivalente di un centesimo all’anno della spesa pubblica stessa) non può e non deve tradursi in un aumento del deficit, tanto più in presenza di un forte indebitamento. Al di là di Maastricht.
Se oggi il Governo si trova in queste ambasce però, è innanzitutto perché non si è saputo agire con determinazione e tempestività sulle variabili endogene, quelle su cui era ed è possibile agire.
La situazione oggi sarebbe di gran lunga migliore se si fosse messo subito mano alla riforma delle pensioni. Oppure se i rinnovi contrattuali per il pubblico impiego fossero stati meno indiscriminatamente generosi, ma collegati ad una incisiva riforma basata su criteri di merito effettivo e di efficienza. Se su Alitalia si fosse tenuto un comportamento meno ondivago e più rigoroso. Se sulle privatizzazioni si fosse premuto l’acceleratore. Come pure se si fosse affrontato il tema delle liberalizzazioni (anche dei servizi professionali) mostrando una volontà di colpire le rendite e favorire mercati aperti e concorrenziali, che invece non si è vista. E perfino se si fossero seguiti gli esempi britannico e californiano sulle biotecnologie: laddove lì si è fatta della libertà di ricerca scientifica una bandiera della crescita economica futura, in Italia la maggioranza ha scelto il divieto tetragono tanto sugli OGM che sulle cellule staminali. Sono solo esempi, naturalmente, di provvedimenti che avrebbero potuto preparare il terreno sul piano politico ed economico alla riduzione delle tasse. Tra le politiche dell’offerta si è fatta la legge Biagi, seppur monca della riforma dell’articolo 18, che rappresenta sicuramente un punto a favore del Governo, ma non sufficiente a segnare un cambio di rotta deciso rispetto al passato. Anche la mancata attuazione di quella parte del Patto per l’Italia dedicato al potenziamento degli ammortizzatori sociali rappresenta oggi un vulnus all’azione del governo su fronte fiscale. Gli aumenti di spesa, infatti, avrebbero potuto essere coperti da risparmi sul fronte previdenziale (e anche attraverso una drastica revisione della cassa integrazione straordinaria): un indice della capacità di adeguare l’intervento assistenziale alle nuove esigenze, pur in un contesto di diminuzione della spesa.
Queste e altre cose però non sono state fatte e le difficoltà sono man mano aumentate. A questo punto il Presidente del Consiglio si è trovato di fronte alla prospettiva di una finanziaria che non aveva ambizioni “rigoriste” di accelerata riduzione del debito pubblico, ma che neppure conteneva la promessa di riduzione del carico fiscale come fondamento di una strategia volta a ridare dinamicità alla crescita economica.
Da questo punto di vista, aver riportato la questione, anche se ancora con obiettivi limitati, nell’ambito proprio della “volontà politica” è importante. Perché ne esca qualcosa di strutturale e non di effimero, però, è bene non scindere la questione fiscale da quella della riduzione selettiva della spesa pubblica e della liberalizzazione dell’economia.
Benedetto Della Vedova
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