15.07.04

"LA SFIDA ASIATICA" di B. Della Vedova (Il Sole 24 Ore, pag. 8)

La Cina siamo noi!, è quello che devono aver pensato - o, meglio, dovrebbero pensare - gli americani che hanno letto l’articolo di George J. Gilboy sull’ultimo numero di Foreign Affairs. Senior Manager a Pechino di una multinazionale e ricercatore affiliato al Centro per gli Studi Internazionali del MIT, Gilboy cerca di svelare, dati alla mano, cosa si celi dietro il mito del miracolo cinese.

Un primo dato significativo è rappresentato dalla quota delle esportazioni cinesi appannaggio di imprese straniere e dalla sua dinamica. L’anno scorso le esportazioni da parte di imprese straniere (anche joint venture) rappresentavano il 55% del totale. Ma se si analizzano i settori più avanzati, il dato diventa clamoroso: nel settore delle apparecchiature elettroniche e per le telecomunicazioni ben il 74% degli 89 miliardi di dollari esportati dalla Cina sono consistite in esportazioni da parte di imprese o totalmente straniere (43%) o joint venture con partner non cinesi. Da considerare, inoltre, che nel 1993 le esportazioni totali del settore erano state di 12,3 miliardi di dollari, di cui “solo” il 45% imputabile a imprese straniere o joint venture. Nel settore più esplosivo dell’export di Pechino, quello dei computer e affini, passato in dieci anni da 716 milioni a 41 miliardi di dollari, la percentuale appannaggio di imprese non cinesi è addirittura salita fino al 92%.

Apertura senza precedenti.Una prima conclusione, quindi, è che la crescita esponenziale dell’export cinese ha beneficiato di gran lunga più le imprese straniere che quelle locali (attardate, secondo l’analisi di Gilboy, dal peso di una gestione burocratica e politicizzata). Al fondo di tutto ciò è possibile riscontrare una apertura agli investimenti stranieri che non ha precedenti in Asia.
Un altro allarme ingiustificato sarebbe quello dell’outsorcing che caratterizza le tecnologie informatiche e telematiche, cavallo di battaglia del ticket Kerry-Edwards nella campagna presidenziale americana: secondo alcuni studi, l’outsorcing in Cina ed in India ha creato 90.000 posti netti di lavoro nell’Information Technology statunitense nel 2003 ed è destinata a crearne più di 300.000 entro il 2008. Altra considerazione sacrosanta di Gilboy riguarda i risparmi per i consumatori statunitensi: solo i vestiti per bambini a basso prezzo di origine cinese hanno consentito risparmi per le famiglie americane di 400 milioni di dollari negli ultimi cinque anni.

Questi pochi ma significativi dati, evidenziano come la paura dell’avanzata economica cinese sia in grande misura frutto dell’emotività piuttosto che di analisi razionali. La crescita cinese, oltreché difficilmente contrastabile, appare una doppia occasione. Da una parte, lo si è detto più volte, l’emergere di un mercato enorme per prodotti occidentali di qualità - anche di nicchia. Dall’altra una opportunità senza precedenti per gli investitori occidentali, tanto per servire il mercato cinese con prodotti di base realizzati in loco, quanto per alimentare il flusso di esportazioni a prezzi ridotti rispetto a quelli fino ad ora prevalenti.

In entrambi i casi, questo è chiaro, agli imprenditori occidentali è richiesto un cambio di orizzonte e l’assunzione di oneri e rischi. La Cina non è una iattura, ma rappresenta una delle nuove frontiere del mondo industrializzato. Restare competitivi oggi richiede di saper fare i conti con quell’economia: la globalizzazione implica una benefica circolazione di merci e capitali, ma con essa anche una capacità delle imprese di de-territorializzarsi, in alcune se non in tutte le fasi produttive.

Se la Cina diviene la “fabbrica del mondo”, secondo una felice iperbole assai in voga, chi vuole “fabbricare” non può non tenerne conto. Prima di pensare a misure protezionistiche - pur ribadendo che la lotta alle frodi e alle contraffazioni è questione importante, ma non centrale, così come la necessità di pretendere che la Cina si adegui alle regole del WTO - bisogna capire quale ruolo, ad esempio, l’industria italiana sappia e saprà giocare là dove si giocano in buona misura i destini della supremazia economica per i prossimi decenni. Anziché solleticare l’emotività delle industrie colpite dalla competitività cinese, bisogna chiedersi quanto le imprese italiane siano, oppure no, tra le beneficiarie di quel boom di esportazioni di prodotti tecnologici avanzati che, lo abbiamo visto, ha impinguato le casse soprattutto di aziende estere.

Win-win game.Al di là della retorica, l’analisi di Gilboy evidenzia come l’internazionalizzazione dei mercati e il libero commercio internazionale continuino ad essere, qualche secolo dopo Ricardo, un “win win game”, un gioco dove tutti possono guadagnare: consumatori e produttori di tutti i paesi coinvolti. Il gioco ha le sue regole, naturalmente, diverse da quelle dei decenni precedenti e tutto sta ad accorgersene per tempo e ad adeguarvicisi.

Anziché illudere gli imprenditori europei che qualcuno li possa difendere dalla concorrenza cinese, creiamo le condizioni perché anche le imprese medie e piccole del nostro paese - che pure devono salire la scala dell’innovazione e del contenuto tecnologico- sappiano aprirsi spazi in quell’immenso mercato, tanto per le nostre merci di qualità quanto, ed è ancor più urgente, per gli investimenti produttivi. Si sta facendo già molto, ma non abbastanza. Ci sarà ancora un po’ di tempo prima che le imprese interamente a capitale cinese siano davvero competitive. E’ il tempo necessario, ancora secondo Gilboy, affinché le riforme politiche - più libertà e democrazia - consentano la creazione di una base imprenditoriale locale solida e al passo di quella internazionale.

Forse si eccede in ottimismo pensando che la via della democratizzazione liberale stia divenendo una necessità per il regime di Pechino, che altrimenti rischia di vedere scarsamente beneficiate proprio le aziende locali dal boom economico. Fin tanto che, come abbiamo letto di recente e come andrebbe denunciato con forza in tutte le occasioni politiche e diplomatiche, il Governo di Pechino investirà risorse e uomini per un demenziale e terrorizzante sistema di intercettazione di tutti, tutti, gli SMS spediti in territorio cinese, ci sarà tanto spazio per i capitalisti stranieri. Anche italiani.

Posted by Benedetto Della Vedova at 15.07.04 08:24

NB. Per evitare fenomeni di spam, e' possibile inserire commenti solo per alcuni giorni successivi alla pubblicazione del post.
Commenti