Da "L’Opinione", pag.2
Per il deputato radicale Lega e An si giocano una partita elettoralistica mentre i clienti scelgono ogni giorno di volare con altre compagnie
di Vittorio Pezzuto
Il tempo di leggere questo articolo e Alitalia avrà accumulato altri diecimila euro di deficit. La crisi della compagnia aerea appare a tal punto irreversibile che solo in pochi continuano a illudersi sull’utilità reale di trattative sindacali e vertici politici a Palazzo Chigi.
D’altra parte, con le elezioni europee alle porte, sembra davvero difficile che governo e maggioranza trovino la forza di tagliare con la politica del rigore l’incredibile nodo gordiano (veti incrociati, lotte campanilistiche, interessi di partito, rendite di posizione di sindacati e dipendenti) che da anni soffoca l’azienda. “Questa vicenda non potrà avere un lieto fine a costo zero” ammonisce Benedetto Della Vedova, economista e deputato europeo della Lista Bonino. “Altro che rilancio, l’unica seria prospettiva in gioco è quella di una drastica ristrutturazione. Resta da capire se questa possa ancora avvenire attraverso interventi traumatici sul piano dei costi oppure se non vi sia altra soluzione che quella del fallimento”. Un passaggio doloroso che in Europa ha già colpito la svizzera Swiss Air e la belga Sabena, presto sostituite dalle nuove compagnie Swiss e SN. “Paradossalmente, questa ondata di scioperi costituisce l’unica forma di risparmio individuata” osserva sconsolato l’esponente radicale. “La residua credibilità internazionale di Alitalia ne esce a pezzi. I suoi dipendenti che incrociano le braccia mi ricordano i lavoratori della Sabena che continuavano a scioperare anche la mattina in cui la loro azienda portava i libri in tribunale”.
Per Della Vedova le responsabilità vanno attribuite in parti eguali al management pubblico, ai partiti che si comportano come impropri azionisti di riferimento, ai sindacati che tempo fa hanno strappato condizioni retributive e normative fuori mercato e che più recentemente hanno ricoperto ruoli importanti all’interno del Cda. “In questo contesto - aggiunge - le regole comunitarie costituiscono un’efficace salvaguardia dei contribuenti italiani, i cui soldi venivano un tempo usati dal Tesoro per coprire i buchi finanziari dell’azienda. D’altra parte sono proprio i clienti ad aver votato il destino di Alitalia, scegliendo appena possono di volare con altri vettori sulle tratte internazionali e intercontinentali”. Il deputato radicale non crede che un intervento dell’azionista pubblico possa essere decisivo. “Si tratta di una scommessa troppo rischiosa. Con questi piani di risanamento, continuamente limati al ribasso, non si risale certo la china. Lo Stato deve uscire al più presto da Alitalia e la palla deve passare nelle mani dei privati. Anche perché il traffico aereo non ha smesso di essere un business redditizio: è solo divenuto più difficile perché articolato e competitivo. Per fortuna dei clienti sono arrivate in Italia le compagnie low coast, che hanno finalmente diversificato l’offerta in un mercato che non può più vivere di rendite di posizione (l’unica rimasta è la tratta Roma-Milano, ricchissima ma ancora sostanzialmente chiusa)”. Insomma, i vertici aziendali alternatisi negli ultimi anni sono stati incapaci di affrontare le nuove sfide della globalizzazione e adesso importa poco sapere se che questo sia successo perché sono stati sottoposti alle pressioni irresponsabili delle organizzazioni sindacali. Neppure gli ultimi aiuti di Stato sono serviti. “Anche Air France era in gravissima difficoltà ma dopo gli interventi pubblici autorizzati da Bruxelles è riuscita a risollevarsi. Mentre Iberian e British Airways, che subìto forti ristrutturazioni, sono riuscite a superare la crisi del mercato post 11 settembre. In Italia, invece, i partiti hanno voluto mantenere una presa tetragona sull’azienda e i risultati sono questi”. Non sembra che la lezione sia servita: le forze politiche della maggioranza continuano a litigare tra loro nel tentativo di conservare i rispettivi, preziosi bacini di consenso elettorale. “Lega e An - conclude DellaVedova - stanno giocando una partita elettoralistica ma di cortissimo respiro, dimostrando così di non essere diversi da quei partiti che, pur di continuare a gestire in proprio la miniera delle partecipazioni statali, si opponevano a ogni ipotesi di privatizzazione”.