21.04.04

"Il destino privato di Alitalia" di B. Della Vedova

da "Il Giornale" pagina 1
La crisi Alitalia, con scioperi e disservizi conseguenti, ci accompagna da lungo tempo. Eppure all'orizzonte nessuna novità: perdite colossali (i famosi, ormai, cinquantamila euro ogni ora di volo), piani di salvataggio che naufragano e riemergono, Amministratori Delegati che si avvicendano, interferenze politiche, agitazioni sindacali permanenti.

Che Alitalia abbia qualche speranza di divenire un'azienda competitiva e finanziariamente sana appare poco probabile; che, nelle attuali condizioni, lo possa fare senza un'iniezione di fondi pubblici è impossibile.
Da più parti abbiamo sentito ripetere: il paese non può rinunciare alla propria compagnia di bandiera, l'Alitalia “si deve” salvare. Nessuno, però, ha ancora spiegato quali siano oggi, per i contribuenti, i vantaggi di una compagnia aerea pubblica. Sicuramente non la qualità ed i costi del servizio, dal momento che gran parte degli utenti ancora costretti ad utilizzare i voli Alitalia sulle tratte nazionali scelgono, da anni, i carrier internazionali anche sulle – poche – rotte internazionali e intercontinentali coperte dalla compagnia di bandiera. Anzi, proprio qui, nella scarsa fedeltà dei passeggeri italiani, risiede una delle cause della crisi Alitalia. A questo si aggiunge il fatto nuovo del settore, quello delle compagnie low cost, che, grazie ad un innovativo modello di business, attraggono sempre più viaggiatori, da una parte aprendo il mercato ad una nuova clientela, dall'altra drenando passeggeri ai vettori tradizionali. Difficile negare che ciò costituisca in assoluto un fatto positivo: basta salire su un aereo della Ryan Air per capire che queste compagnie private sono riuscite in un'impresa in cui avevano fallito le grandi compagnie pubbliche, quella di rendere l'aeroplano un mezzo di trasporto popolare, accessibile a tutti.
Torniamo al punto: che interesse hanno i contribuenti italiani a finanziare il salvataggio di Alitalia? Nessuno. Certo, avere una compagnia di bandiera competitiva e in crescita non farebbe un soldo di danno, ma non vi è alcuna ragione di ritenere che l'azionista pubblico riesca domani dove ha fallito fino ad oggi.
Le compagnie (private) americane hanno ricevuto sussidi pubblici per riprendersi dalla crisi post 11 settembre? Vero, ma questo non certifica né la razionalità né la legittimità degli aiuti di stato italiani. Di recente, del resto, la Commissione europea ha ribadito che Alitalia, come altre compagnie europee, non potrà più godere di sussidi pubblici avendone già ricevuti in passato con l'impegno che fossere “gli ultimi”. Anche altri interventi direttamente o indirettamente volti al salvataggio di Alitalia rischierebbero la censura dell'UE per violazione della normativa sulla concorrenza.
Che fare? Uno dei principi che presiedono alla normativa degli aiuti di stato in Europa è quello dell'”investitore privato”: quando si può dimostrare che una ricapitalizzazione segue le logiche di mercato di un investitore non pubblico, questa non rappresenta un aiuto di Stato soggetto alla autorizzazione di Bruxelles; solo a questa condizione una ricapitalizzazione da parte del tesoro non sarebbe preclusa. Ma, allora, perchè non affidare direttamente Alitalia al mercato attraverso la privatizzazione? Sarebbe l'unico modo per tentare un “salvataggio” duraturo dell'azienda, anche sul fronte occupazionale, che non pesi sulle spalle dei contribuenti.
I veri ostacoli a questa scelta sono di natura politica e sindacale. Da una parte i politici appaiono restii a privarsi di un'azienda che, seppur fonte di molti problemi, ha rappresentato - e ci si illude potrà continuare a farlo - una appetibile postazione di potere da occupare con propri uomini. Dall'altra il sindacato (che qualche lustro fa è stato una delle cause del declino Alitalia supportando rivendicazioni che hanno contribuito a mettere fuori mercato la compagnia e che negli anni recenti ha occupato direttamente posti nel CdA dell'azienda) minaccia una guerra campale contro la privatizzazione dell'Alitalia, che si aggiungerebbe al contenzioso col Governo su altri temi caldi come le pensioni. Quanto alla necessità, invocata da coloro che si oppongono alla privatizzazione, di assicurare i collegamenti a quelle aree del paese altrimenti a rischio di marginalità (le isole innazitutto), non è necessario che per soddisfare questa esigenza lo Stato si sobbarchi l'onere di gestire una compagnia aerea: basterebbe una efficiente politica di sussidi ed appalti che coinvolga i privati in competizione tra loro.
Il destino di Alitalia è quello di una compagnia, per lo più regionale, integrata in una delle grandi alleanze che hanno segnato la ristrutturazione del settore: lasciamo che siano investitori privati, più liberi di quelli pubblici di adottare le necessarie misure di riduzione dei costi e di rilancio della produttività, ad occuparsi di questo e direzioniamo altrove energie politiche e risorse pubbliche.

Benedetto Della Vedova, deputato europeo radicale

www.benedettodellavedova.com

Posted by Benedetto Della Vedova at 21.04.04 10:31

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Commenti

Nel salutare Benedetto, vorrei esprimere la mia condivisione di quanto egli ha scritto nell'articolo. D'altra parte, già nella mia tesi di laurea, 3 anni fa, proponevo la privatizzazione di Alitalia, e indicavo nella compagnia italiana un unicum in tutta Europa in ordine all'entità della presenza pubblica nell'azionariato del vettore.
Le mie riflessioni muovevano dallo studio di quanto avvenuto nella vicenda dell'aeroporto di Malpensa, con decreti, come quello di Burlando, oggetto di numerosi ricorsi alla Commissione da parte delle compagnie europee, che si vedevano costrette a trasferire la propria operatività da Linate al nuovo, più "scomodo" scalo, mentre i criteri di traffico definiti favorivano l'operatività a Linate del solo vettore nazionale.
In quell'occasione, analizzando ad esempio anche una pronuncia europea (quella però positiva) sulla ricapitalizzazione della compagnia, ho individuato un sostanziale conflitto di interessi in capo all'autorità pubblica, in quanto azionista di maggioranza di un vettore e autorità che fissava i criteri di ripartizione del traffico aereo in un hub di rilievo europeo.
Oggi, a distanza di pochi anni, i problemi congiunturali post 11 settembre si aggiungono a quelli strutturali. La speranza è che non si pensi ancora una volta di far cassa attendendo una risalita delle quotazioni Alitalia per un'eventuale dismissione. Il fatto tristemente ironico è che il comportamento pubblico sembra rendere più plausibile una delle ipotesi (assenza di costi del fallimento) del teorema di Modigliani Miller sull'irrilevanza della struttura finanzaria (debito o capitale proprio).
Ricordiamo che sono le aspettative a contare, anche nel valutare una società. Finché nessuno crederà in una futura crescita dei cash flows generati dalla società, chi potrà investire in Alitalia?

Posted by: Marco Senatore at 21.04.04 11:28

Egregio Deputato Della Vedova.
Ho letto l'articolo da lei riportato sul Giornale riguardante Alitalia e volevo dire alcune cose in merito. Sono un dipendente Alitalia e precisamente un pilota che fa questo mestiere per profonda passione verso tutto ciò che vola. Fin da piccolo il mio sogno era quello di fare il pilota militare ma gli occhiali da vista me lo hanno impedito. Dopo aver conseguito i relativi brevetti, peraltro presso le scuole di volo Alitalia, nell'agosto 2002 sono stato assunto e ora sono al settimo cielo.
Venendo al dunque, non sono d'accordo quando lei si domanda "..a chi converrebbe sostenere la compagnia di bandiera data la qualità del servizio e i costi"??. Beh caro Deputato, per quanto riguarda la qualità del servizio non credo ci sia molto da lamentarsi: io ci lavoro non da molto ma ho potuto vedere una grande professionalità di tutto il personale e in particolar modo del personale di volo che si adopera al fine di garantire la migliore puntualità possibile al passeggero e assistendolo in tutto e per tutto. Garanzie che le compagnie low cost non danno, un esempio lo smarrimento del bagaglio, che con una compagnia Alitalia verrà sicuramente recuperato mentre con una Ryanair verrebbe disperso, a meno di stipulare un'assicurazione a parte. I costi sono in linea con gli altri vettori: un esempio mi è stato dato da un'amica che poco tempo fa ha dovuto recarsi a Madrid da Roma e ha dovuto affidarsi ad Alitalia perchè Iberia, il vettore spagnolo, costava di più. Il servizio a bordo non mi sembra assolutamente di bassa qualità: io stesso 15 giorni fa sono stato a Buenos Aires da passeggero e seduto in prima classe, sono stato servito e riverito con aperitivo, antipasti, primi, secondi, dolci, caffè, amari...quasi imbarazzato da tale dedizione del personale di volo. E da quanto dettomi da persone che hanno girato il mondo con altri vettori molto più forti nel lungo raggio tipo lufthansa, Air France, British, proprio non c'è paragone. In europa compagnie di bandiere ce ne sono parecchie vedasi Air France, Swiss, Lufthansa, Klm. Ai nostri emigrati all'estero vedere l'aereo con il tricolore che arriva all'aeroporto e l'orgoglio di potervi salire per far ritorno in Italia è una cosa alla quale farebbero fatica a rinunciare, come purtroppo succede in Australia dove, aimè il nostro Jumbo non attera più. Non mi inoltro in fatti economici, aiuti di stato, alleanze. Sono cose più grandi di me. Quello che bisognerebbe fare sarebbe pagare meno i nostri dirigenti perchè a quanto pare, se al posto di risanare la compagnia lasciano buchi ancora più grossi, i loro stipendi sono esorbitanti. E poi parliamo di esuberi: Air France possiede 358 aerei con 74.000 dipendenti. Alitalia ha circa 160 aerei con 23.500 dipendenti. Quindi come proporzioni siamo lì direi, anzi, ne ha molti di più la compagnia d'oltralpe.
Mi scuso per lo sfogo: io ci terrei a farsi che Alitalia rimanga la nostra compagnia di bandiera, che possa arrivare in tutti i paesi del mondo. Ovviamente questo non deve essere sempre a discapito del cittadino che per non vederla chiudere deve sempre sostenerla con il proprio portafoglio.

Distinti saluti.

Paolo!!

Posted by: Paolo at 21.04.04 23:34

Le osservazioni dell'On.le Della Vedova e la rivisitazione in chiave teorica di Marco Senatore sono corrette ma intravedo un classico sentimento nostalgico nell'intervento del comandante dell'Alitalia (sentimento peraltro condiviso dai suo colleghi e da molti passeggeri).
Ma cosa ne pensate se la "nostra" compagnia di bandiera iniziasse a pensare ad un vero e proprio "business plan" con una radicale riorganizzione strutturale?
Non intendo necessariamente tornare al "brain storming" iniziale ma semplicemente trarre lezione dai vettori "low cost" che si espandono sempre di più in termini di utili, rotte, nonché di creazione di hub regionali (dunque l'esatto contrario di Alitalia).
Tutto ciò dovrebbe portare ad una razionalizzazione non dei costi fissi generati per esempio dall'utilizzo di scali cittadini (anziché di quelli regionali che presentano tasse minori) ma di quella importantissima parte dei costi variabili rappresentata per esempio dai ritardi nei decolli (che aumentano il costo di stazionamento degli aerei).
Infatti i ritardi dei voli AZ sono certamente maggiori di quelli dei vettori “low cost” (che addirittura arrivano in anticipo, anche se usando degli “escamotages” come aggiungere 10 minuti agli orari schedulati sull’effettiva durata del volo) e ciò di certo non perché non offrono i famigerati salatini (che peraltro ci sono ma solo in vendita) o perché non assegnano il posto all’interno dell’aereo, ma perché rispettano una scansione delle operazioni ben precisa e puntuale di cui i dipendenti della nostra compagnia di bandiera dovrebbero fare tesoro.
Sarebbe stupido non evidenziare i molti aspetti positivi di un viaggio in Alitalia ma di certo bisogna eseguire un’analisi costi-benefici; prendo come esempio una rotta che di certo l’On.le Della Vedova frequenta, ovvero la Milano-Bruxelles, dove a fronte di una tariffa di 1 centesimo, oppure 4, 5, 10, 30 euro con la RyanAir troviamo una tariffa applicata da Alitalia pari a 500 euro (fonti, siti delle rispettive compagnie aeree); non è dunque facile vedere un destino roseo per Alitalia.
Paolo potrebbe naturalmente contestare che mentre AZ si serve degli scali cittadini di Linate e dello Zaventem FR invece è presente solo a Orio al Serio e Charleroi, comunque a fronte di un tale differenziale di prezzo è naturale che un passeggero “comune” (come lo sono la maggior parte di coloro che viaggiano in economy con Alitalia) preferisce affrontare mezz’ora di pullman in più per raggiungere gli scali regionali e in ogni caso a tale presunta obiezione si potrebbe rispondere citando un’altra compagnia aerea la Virgin Express che serve gli stessi scali dell’AZ con tariffe in ogni caso molto inferiori.
Per tornare a bomba sulla questione dei sindacati citatati dall’On.le Della Vedova, rivolgo una domanda a Paolo, perché non iniziamo a ridurri i privilegi di cui godono i dipendenti e le famiglie dei dipendenti della nostra compagnia di bandiera come biglietti omaggio e gli altri benefits?
Inoltre cosa ne pensi della privatizzazione augurata più in alto anche se difficilmente realizzabile ora senza l’importante “cash flow” citato da Marco Senatore?

Grazie!

Posted by: Francesco at 28.04.04 14:23

bravo Della Vedova: le societa' che perdono devono chiudere. E non chiedano soldi ai contribuenti

Posted by: mauro suttora at 28.04.04 20:32

Il mercato ha emesso la sentenza. Il mercato questo rigoroso e selettivo sistema elettorale che ci permette di votare ogni giorno.

Posted by: Nicola Albano at 29.04.04 16:58