Gli europei debbono oppure no lavorare di più per non impoverirsi oltre misura nei confronti dei cugini statunitensi? Prima che le parole del Presidente del Consiglio scatenassero la bagarre, questa domanda aleggiava in molte analisi del differenziale di crescita tra Italia e Stati Uniti.
Alberto Alesina, ad esempio, economista italiano che insegna ad Harvard, già in un articolo su La Stampa di un anno fa notava che la principale spiegazione del differenziale di crescita tra le due sponde dell’Atlantico risiede nel fatto che “in America si lavora di più e si investe di più in ricerca e sviluppo”. Sulla seconda questione tutti paiono d’accordo, anche se il divario è ben lungi dal ridursi. La prima, invece, è fonte in questi giorni di aspre controversie.
Lavorare meno significa lavorare “in meno” (il tasso di occupazione è pari al 64,2% in Europa e al 55,4% in Italia, contro il 71% Usa), ma anche lavorare “di meno”: i dati dell'ultimo "Employment Outlook" pubblicato dall'OECD mostrano che la media delle ore lavorate da ogni persona occupata in Italia è pari a 1.619 mentre negli USA è pari a 1815 (ovvero ben il 12% in più).Non solo: le ore lavorate per addetto alla fine degli anni settanta in Italia erano pari a 1717 all’anno, cento più di oggi; nello stesso periodo negli USA la diminuzione è stata di appena venti ore.
Fiorella Kostoris Padoa-Schioppa, sul Sole-24 Ore, è andata oltre le evidenze statistiche del fenomeno della riduzione delle ore lavorate ed ha approfondito le ragioni che militano, invece, a favore del loro aumento in relazione alla crescita. La proposta, raccolta dal premier italiano, non è nuova e non certo etichettabile come “di destra”. Jean-Paul Fitoussi, economista vicino alla sinistra francese, ha ribadito che aumentare le ore di lavoro sarebbe una buona idea, che casomai andrebbe accompagnata da una riduzione nella pressione fiscale. Il Ministro socialdemocratico tedesco dell’Economia, Wolfgang Clement, dichiarò l’estate scorsa che la Germania non può più permettersi di essere un paradiso per i lavoratori e che tagliare le festività aiuterebbe a riprendere la crescita economica e a diminuire i costi salariali.
Nessuno pensa che lavorare di più sia la panacea per l’Europa malata, ma ascoltando le reazioni indignate o irridenti alla proposta di diminuire i giorni senza lavoro o semplicemente di spostare alcune festività a ridosso nei week-end, si ha l’impressione che sindacalisti e politici fingano di non vedere che mantenere il “modello sociale europeo” esattamente così com’è ha un costo sempre più evidente, anche in termini di minor crescita.
Sulla necessità di aumentare le spese in R&D rispetto al Pil c’è unanime consenso da parte di sindacati e politici; così come sull’obiettivo di colmare il divario nei tassi di attività. Sulle ore lavorate è scontro. Perché? Perché i primi due obiettivi non sembrano richiedere scelte politiche nette nell’immediato e quindi non sembrano richiedere mutamenti più o meno radicali nelle abitudini di spesa del Governi e di comportamenti di imprese e, soprattutto, lavoratori. Nel secondo caso, invece, qualora si accettasse l’analisi, le soluzioni sarebbero attivabili nell’immediato (meno ferie, meno ponti, orari di lavoro più lunghi - magari nel pubblico impiego) e avrebbero “costi” politici. Cosa analoga succede nel caso di un ridisegno su basi universalistiche degli ammortizzatori sociali, strumenti da maneggiare con molta cura, ma essenziali a governare i cambiamenti necessari nel mercato del lavoro: tutti sono d’accordo da lustri ma la riforma non arriva. Infatti, la riforma richiederebbe interventi immediati e incisivi sulla previdenza tali da liberare risorse nche per gli altri capitoli della spesa sociale; oppure l’assorbimento della Cassa Integrazione Straordinaria, misura che discrimina tra differenti categorie di lavoratori, e dei relativi finanziamenti all’interno dei nuovi ammortizzatori sociali. Torniamo quindi al punto centrale, quello del coraggio e della volontà politica. In questo senso l’Europa e l’Italia sono artefici del proprio destino: stanno in larga misura scegliendo il proprio presente e il proprio futuro di bassa crescita. Un modello sociale che sembrava vincente su tutti i fronti trenta o vent’anni fa, in un quadro di sistema economico sociale relativamente “chiuso”, rischia di essere sconfitto oggi che il mondo della produzione di beni e servizi si è repentinamente aperto a qualche miliardo in più di esseri umani, assai motivati per molte ragioni, che interagiscono con noi. Non è solo la sinistra europea (con l’eccezione di Blair) ad essere protesa alla conservazione tetragona di questo modello sociale, come ha scritto Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, ma buona parte della classe politica, indipendentemente dagli schieramenti. Tornano in mente, anche se in un contesto così diverso, le parole del radicale Ernesto Rossi di cinquant’anni fa: “Politica progressiva non può essere la politica della carestia, del privilegio, della cristallizzazione delle posizioni acquisite. Politica progressiva è la politica che favorisce l’abbondanza.....E’ la politica che combatte tutti i monopoli, capitalistici ed operai (N.d.R.: oggi aggiungeremmo le cento corporazioni italiane), per rendere più agevole la strada agli uomini nuovi e alle nuove iniziative”. E proseguiva “Il dinamismo economico ha un costo (...) ma rifiutarsi di pagare questo prezzo significa rinunciare al progresso”. Allora come oggi.
Benedetto Della Vedova, deputato europeo radicale
www.benedettodellavedova.com
Posted by Benedetto Della Vedova at 03.04.04 09:28Il taglio alle ferie è veramente una scelta di coraggio? Se questo è un esempio di coraggio mi ritengo il più vile tra i vili. Leggo dal suo articolo apparso sul sole24ore di sabato 3 aprile "meno ferie, meno ponti, orari di lavoro più lunghi - magari nel pubblico impiego ..." nel pubblico impiego ??? Suppongo che stia scherzando. La vera scelta di coraggio sarebbe quella di incominciare sul serio a ridiscutere la valenza del pubblico impiego e non di allungare agli impiegati l'orario di lavoro. Uffici pubblici, comuni, ministeri etc. brulicano di masse inoperose ed inefficienti che potrebbero tranquillamente svolgere le mansioni con meno della metà del tempo a loro disposizione. Tagliare il pubblico impiego è la vera scelta di coraggio, costringere il burocrate inefficiente a gettarsi nel mercato del lavoro ed a rimettersi in discussione ed a produrre veramente. Questo è il vero modo per incrementare il P.I.L.: sottrarre dal black hole pubblico e aumentare per contro il settore privato, cercando veramente di mettere in atto una seria politica economica che favorisca lo sviluppo concreto delle idee.
Posted by: Kovac at 06.04.04 10:56Beh, a me pare che quello che Kovac dice non sia poi in contrasto con il senso dell'articolo.... insomma è vero che la pubblica amministrazione potrebbe tranquillamente svolgere le sue mansioni con meno della metà del tempo, ma forse anzichè far lavorare la metà del tempo i dipendenti pubblici sarebbe meglio che ci fossero molti meno dipendenti pubblici e che questi lavorassero di più. Questo sarebbe un modo per sottrarre al "black hole" pubblico risorse finanziarie ma anche umane
Posted by: SM at 07.04.04 19:59Tagliare le ferie di chi?
Nell'artigianato metalmeccanico, settore nel quale sono impiegato, si lavora 5 giorni su sette, 8 ore al dì. Vi pare poco? A me no, anche perchè credo che la vita di un uomo non si esaurisca con il lavoro: non sono niente male certi svaghi quali la lettura, il cinema, le gite con gli amici...
Troverei molto più stimolante una battaglia contro la corporazione dei notai, per esempio, che certifica il principio di identità (Io sono io, Il mio è mio et cetera), senza pagare i diritti ai pronipoti di Parmenide ed Aristotele.
Tagliare le ferie, caro Benedetto, è solo demagogico. Ti spiego perchè. Nella stragrande maggioranza delle piccole e medie aziende italiane, nei fatti, già si lavora per lo meno il 15 o 20% in più e le si lavora come straordinario non remunerato aziendalmente. Di fatto quindi in Italia si lavora più delle 1.619 ore ed a differenza di ciò che succede negli Stati Uniti, le ore di lavoro in più non rappresentano un costo aziendale.
Posted by: Michele at 22.04.04 09:16tagliati le tue di ferie. porco.
Posted by: cragno at 28.04.04 10:43