24.03.04

"Il sindacato e le scelte condizionate" di B. Della Vedova

da Il Giornale pagina 1
Quello convocato dai sindacati contro la riforma delle pensioni e la politica economica del Governo è deliberatamente uno “sciopero politico”, ovvero rivolto a provvedimenti che riguardano l'indirizzo generale del Governo e non alla difesa di diritti professionali.

Durante i lavori della Costituente si discusse della opportunità di vietare questo tipo di sciopero e, comunque, solo negli anni settanta la Corte Costituzionale si pronunciò espressamente per la sua “liceità”; con questo non elevandolo a rango di “diritto” ma solo di “libertà”. Agli albori del sindacalismo repubblicano gli stessi sindacati si interrogavano circa l'opportunità di scioperi di tipo politico. In occasione della drammatica strage di Portella della Ginestra, nel 1947, il direttivo della CGIL unitaria si divise, proprio in base a questa riflessione, sulla convocazione dello sciopero generale di protesta. Questa divisione tra la componente di sinistra e il resto della CGIL, si ripropose l’anno sucessivo quando venne convocato un altro sciopero politico, quello contro l’attentato a Palmiro Togliatti: questa volta la divisione sfociò nella rottura dell’unità sindacale che avrebbe, di lì a poco, portato alla fondazione della CISL.
Non è oggi in discussione, quindi, la legittimità di uno sciopero generale indetto non per fare valere con una controparte “padronale” una rivendicazione di tipo contrattuale, ma per far pesare sul piano politico la “forza” del sindacato. Ciò non implica, però, che debba passare inosservato questo ruolo politico a tutto campo che il sindacato italiano continua ad esercitare. Le pensioni, ad esempio, non sono una questione “dei lavoratori”, bensì uno dei cardini della politica sociale la cui responsabilità dovrebbe ricadere in toto sulle spalle del Governo e del legislatore. Nell'attuale situazione, la distribuzione di oneri e benefici previdenziali tra le generazioni origina da scelte discrezionalmente effettuate dal legislatore nel corso degli anni passati: nemmeno la riforma Dini, dove il passaggio al metodo contributivo simula un modello a capitalizzazione, mette al riparo da successivi interventi da parte del Parlamento, come risulta evidente dal processo di riforma in atto (che non sarà l'ultimo). Non solo, le scelte che verranno – o non verranno – fatte sul fronte della previdenza avranno un forte impatto su tutto l'impianto della spesa sociale italiana, che necessiterebbe di un ridisegno complessivo proprio a partire dal contenimento della spesa per le pensioni. Le statistiche mostrano, ad esempio, come nel nostro paese vi sia un rischio di povertà più elevato della media UE per i bambini e più basso per gli anziani. Nei paesi dove la quota percentuale della spesa sociale assorbita dalle pensioni è assai inferiore a quella italiana, la spesa a favore dei neonati e dei minori è significativamente maggiore, così come quella per l'abitazione o contro l'esclusione sociale; lo stesso dicasi di quella a sostegno del reddito dei disoccupati, laddove la disoccupazione giovanile in Italia resta assai più elevata che negli altri paesi. Il conflitto generazionale di cui si parla, dunque, non è un'astratta teorizzazione, ma una concreta realtà in cui le scelte politiche discriminano tra gli interessi confliggenti delle generazioni.
Anche la politica, naturalmente, non è esente dal condizionamento generazionale, dal momento che il profilo demografico degli elettori (a maggior ragione considerando la maggiore propensione al voto degli anziani rispetto ai giovani) sempre più si sposta verso l'alto. Per ovviare a questo c'è addirittura chi propone di estendere il diritto di voto a tutti i cittadini indipendentemente dall'età; anche ai bambini, dunque, affidandone l'esercizio ai genitori (se ne è parlato di recente in modo approfondito nella trasmissione televisiva L'Infedele, di Gad Lerner). Un proposta discutibile sotto molti punti di vista, ma che segnala una necessità, quella di sottrarre all'ipoteca generazionale la politica sociale, proiettandola verso il futuro.
Perché ciò accada è necessario in primo luogo che le forze politiche abbiano il coraggio di svincolare le proprie decisioni dalla forza di condizionamento del sindacato. Non è una novità che il sindacato italiano, oggi, rappresenti nei fatti una grande lobby di difesa degli interessi di pensionati e pensionandi. Continuare a riconoscergli nei fatti un diritto di interdizione, più che di interlocuzione, sulle scelte di politica economica ha due effetti negativi: da una parte perpetuare una distorsione nelle politiche sociali a scapito delle esigenze delle giovani e future generazioni, dall'altra deresponsabilizzare gli elettori (dal momento che si riconosce nella prassi l'esistenza di una sorta di “terza Camera”, costituzionalmente irresponsabile, in cui ad essere rappresentati sono solo gli interessi di alcuni e non di tutti).
Il ricatto sindacale sulle pensioni e la politica economica va respinto con decisione, anche per impedire quella deriva neocorporativa (non solo sindacale, quindi) che è una delle cause principali dell'impasse in cui si trova il processo di riforma liberale dell'economia italiana che in molti, a parole, dicono di volere.

Benedetto Della Vedova, deputato radicale al Parlamento europeo

www.benedettodellavedova.com

Posted by Benedetto Della Vedova at 24.03.04 12:00

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