07.11.03

"DALLA UE BOCCIATURA INECCEPIBILE" di B. Della Vedova (Il Sole 24 Ore)

La bocciatura del decreto "salvacalcio" preannunciata dal Commissario europeo Mario Monti in quanto contrario alle norme europee sulla concorrenza (l'esito della procedura di infrazione appare infatti scontato) è sacrosanta. Del resto, che il decreto distorcesse la concorrenza era evidente

fin dal primo istante: innanzitutto tra società di differenti discipline, che concorrono nel medesimo mercato delle sponsorizzazioni, degli spettatori e dei diritti televisivi; in secondo luogo tra società calcistiche dei diversi paesi europei che operano nel mercato unico. Di questo si è detto, come pure si è detto di quanto fosse discriminatorio concedere benefici fiscali ad una sola tipologia di società quotate, visto che molte società calcistiche lo sono, distorcendo in questo modo anche il mercato borsistico.

Ma il decreto "spalmadebiti", rappresenta anche una paradossale tipologia di quel "welfare all'incontrario" di cui è piena la legislazione italiana. Certo, siamo di fronte ad un caso limite, ma non può sfuggire che l'essenza dei benefici concessi alle società di calcio equivale ad un paracadute per lo stipendio dei calciatori. Nel 2002, infatti, la quota dei ricavi totali attribuita ai soli ingaggi dei giocatori era giunta al 70%: lo sbilancio nei conti del calcio, quindi, dipende esclusivamente dal "costo del lavoro". Nessun moralismo rispetto alle cifre da capogiro, ma nel momento in cui queste non dipendo più dalla produttività dei calciatori in termini di introiti per le società, qualsiasi intervento di favore risulta discriminatorio, non appaia eccessivo, nei confronti di milioni di lavoratori di aziende in crisi. L'alternativa tra il fallimento della propria società (e, a catena, di moltre altre) e una immediata ridiscussione degli ingaggi, dovrebbe portare i calciatori a ridurre le proprie richieste, pena la rottura definitiva dell'intero meccanismo che li beneficia. La riduzione degli ingaggi per le società in difficoltà dovrebbe essere la regola obbligata, non l'eccezione volontaristica. Quanto al rischio che molti big del pallone potrebbero così lasciare l'Italia non sembra una buona ragione per provvedimenti di tipo assistenzialistico, in qualunque forma adottati, e, al più, creerebbe un eccesso di "offerta di lavoro" sul mercato europeo con un conseguente aggiustamento al ribasso in tutto il settore. Prima che la "bolla" esploda in modo dirompente, in Italia ed altrove, è bene lasciare che entrino da subito in funzione alcuni meccanismi di autoregolazione. L'idea che vi sia da tutelare una qualche funzione sociale del calcio professionistico è priva di fondamento e comunque, nel caso, basterebbero i costi per la tutela dell'ordine pubblico sostenuti dalla collettività.

Oltre a rivedere la politica degli ingaggi, ridimensionando drasticamente i propri budgets, le società italiane dovrebbero meglio sfruttare le entrate derivanti dalle attività collaterali, in primo luogo commerciali, fuori e dentro gli stadi.

Discorso a parte va fatto per il capitolo scommesse, in questi giorni sotto accusa per il taglio operato dalla Finanziaria ai debiti della SNAI (la società che detiene il monopolio legale delle scommesse sulle partite di calcio) verso il CONI e la stessa Federcalcio. Anche sulle scommesse però la Corte Europea di Giustizia ha ieri dato un forte scossone al monopolio dello Stato (e dei suoi concessionari) con una sentenza in cui esprime dubbi sulla legittimità di tale restrizione alle libertà di stabilimento sancita dalle norme comunitarie sul mercato interno. Potrebbe essere il primo passo verso la caduta del divieto per le società di altri paesi dell'Unione (nella fattispecie inglesi) di operare in Italia.

La liberalizzazione, attraverso l'apertura ad altri operatori comunitari, delle scommesse sul calcio, di gran lunga il boccone più prelibato per gli allibratori, renderà più difficile destinare al finanziamento di altri sport una parte dei proventi oggi "intercettati" dallo Stato. Di necessità, virtù: sarebbe opportuno svincolare definitivamente, anche per ciò che concerne il finanziamento del CONI, le sorti del calcio professionistico da quelle del resto dello sport italiano. Dopo la quotazione in borsa delle società di calcio, si è avviato un cammino irreversibile verso una salutare "aziendalizzazione" della gestione delle società professionistiche, non più compatibile, per ragioni di certezza del diritto e di parità di trattamento, con l'intreccio legislativo attuale e con qualsiasi ipotesi assistenzialistica. Tolta di mezzo ogni ambiguità circa una presunta funzione sociale del calcio professionistico, le società saranno obbligate a ritrovare un equilibrio finanziario e, in prospettiva, a produrre utili e gettito fiscale. Al resto dello sport, laddove si ravvedano necessità di sostegni pubblici, si provvederà altrimenti. Sicuramente, anche da questa riforma non si potranno che trarre benefici per tutti, salvo che per quanti oggi godono di inefficienti o ingiustificate posizioni di rendita.

Benedetto Della Vedova
deputato radicale al Parlamento europeo

Posted by Benedetto Della Vedova at 07.11.03 11:38

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