02.03.04

"Guardare a Blair per finanziare la crescita Uem" di B. Della Vedova

da Il Sole 24 Ore pagina 6
La discussione sulle politiche per la crescita continua ad attraversare l'Unione Europea. Politici e governi discutono da una parte le politiche restrittiva sui tassi della BCE e dall' altra le politiche di bilancio. A meno che non vengano modificati i Trattati, non vi è modo di scalfire l'autonomia della BCE. Sui bilanci pubblici, invece, il discorso è molto più concreto e attiene direttamente alle scelte che i governi compiranno – o non compiranno - nei prossimi mesi, tanto in sede comunitaria quanto nelle rispettive capitali.

Il confronto sulle finanze pubbliche, fino ad ora, purtroppo, si incentra molto più sui dati quantitativi che non su quelli qualitativi. La Commissione guidata da Romano Prodi ha da poco presentato le prime proposte sulle “prospettive finanziarie”, il budget dell’Unione Europea, per il periodo 2007-2013. Si è aperto uno scontro tra la Commissione, che chiede di arrivare al tetto massimo del budget previsto dai trattati (l’1.24% del PIL europeo) e sei paesi membri che chiedono, invece, di ridurre le disponibilità di Bruxelles al solo 1%. Nessuno sembra però intenzionato a porre con forza il problema della composizione del bilancio stesso, dove la parte del leone continuerà a farla la spesa per l’agricoltura, nonostante aggiustamenti significativi in termini percentuali ma limitati in valore assoluto verso politiche “per la crescita” come la ricerca e le infrastrutture.
Ma la partita principale resta quella del Patto di stabilità e di crescita. Dopo la decisione dell’Ecofin dello scorso novembre la Commissione, come è noto, si è rivolta alla Corte europea di giustizia contestandola in punto di diritto. Quale che sia la sentenza della Corte, però, resterà tutta aperta la questione politica sulla necessità che i paesi membri si attengano ai limiti fissati per i deficit pubblici, oppure che siano possibili sforamenti in considerazione delle difficoltà di una congiuntura economica sfavorevole.
Ovviamente le intenzioni sono, come sempre, le migliori: sostenere la crescita e l’occupazione che verrebbero compromesse dal rigore fiscale “eccessivo”. E' da dimostrare che il ricorso ai passivi di bilancio (e in primo luogo alla spesa pubblica) possa avere effetti realmente positivi: qualche dubbio sorge, ad esempio, sulla tempestività di misure, compresi gli investimenti infrastrutturali che si vorrebbe escludere dal computo del deficit ai fini del rispetto del patto, che rischiano di cominciare ad influenzare l’economia quando, come tutti auspicano e prevedono, la congiuntura sarà di già in fase positiva. Gli investimenti infrastrutturali vanno naturalmente fatti, ma svincolati dalle emergenze congiunturali.
In molti nel vecchio continente invocano, a giustificazione della necessità di allentare i vincoli del Patto, l’esempio statunitense dove dopo anni di surplus il bilancio pubblico conosce un deficit significativo e al di là dei limiti percentuali previsti nell’Unione. Premessa la diversa composizione dei deficit americano e francese o tedesco, e ammesso, ma non consesso, che le ragioni della maggiore dinamicità dell’economia americana risiedano nel disavanzo pubblico, va ricordato che il Presidente Bush ha comunque già annunciato un piano di drastico rientro dal deficit. Anzi, la sua proposta di dimezzare il deficit entro cinque anni (a partire dal 4.9% del 2003, contro il 4.1% della Francia e il 4% della Germania) viene giudicata ancora inadeguata da molti repubblicani; è probabile che il congresso spinga per tagli di spesa ancor più incisivi.
Il fatto che governi e forze politiche premano per avere le mani (più) libere in fatto di spesa pubblica o, anche, di tagli alle tasse, appare nella logica delle cose: nel breve periodo è sicuramente più popolare ricorrere al deficit che non affrontare riforme strutturali o rivedere drasticamente la composizione dei bilanci pubblici. Giova però ricordare che la spesa pubblica annua proprio di Francia e Germania rappresenta circa il 50% del Pil (un po' di più per i francesi, un po' meno per i tedeschi): possibile che all’interno di questa ingente quantità di risorse non sia possibile trovare il modo di finanziare provvedimenti che si ritiene più favorevoli alla crescita economica e alla competitività senza chiedere ulteriori sacrifici ai contribuenti presenti e futuri?
Una risposta indiretta a questa domanda sembra venire dalla Gran Bretagna di Tony Blair e dal progetto redatto da una commissione di esperti che prevede la riduzione di 80.000 unità nel pubblico impiego giudicate inessenziali per l’efficienza della Pubblica Amministrazione con, in prospettiva, un risparmio annuale fino a 22 miliardi di euro, oltre l'1.5% del PIL inglese. Questi risparmi, nella logica del new labour, dovrebbero liberare risorse per investimenti nella scuola, nella sanità e nella polizia e non, come vorrebbero i conservatori che hanno a loro volta un piano di riduzione della spesa pubblica, per una riduzione delle imposte. La spesa pubblica inglese è tra le più basse d'Europa, poco più del 40%, eppure nemmeno i laburisti chiedono di aumentarla, in deficit o no, ma “semplicemente” di modificarne la struttura e le priorità.
Quale che sia il destino della proposta, che venga o no, in tutto o in parte, fatta propria dal governo britannico, è chiaro che già il fatto di discuterne in vista di importanti appuntamenti elettorali mostra la via possibile per una politica che pensa in grande e che cerca di governare i problemi anzichè subirli e cercare scappatoie. L'Europa continentale ha più di una buona per ragione per riflettere.

Benedetto Della Vedova, eurodeputato radicale
www.benedettodellavedova.com

Posted by Benedetto Della Vedova at 02.03.04 10:26

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