05.02.04

"La Cina sull' orlo di una 'bolla' produttiva" di B. Della Vedova

da Il Sole 24 Ore, pagina 1
Uno spettro turba i sonni dell'economia mondiale: quello della Cina. Attenzione però, non si tratta dello spauracchio rappresentato dalla trasformazione dell'ex impero comunista di Mao nella "fabbrica del mondo", in grado, con i suoi tassi incredibili di crescita e i bassi prezzi, di spodestare la concorrenza americana ed europea in molti settori industriali. O meglio, il "pericolo" è sempre quello, la crescita cinese, ma il segno è opposto: anziché crescita, crisi.

A lanciare l'allarme sono molti giornali internazionali che ritengono di poter cogliere alcuni segnali preoccupanti. Uno su tutti sembra aver colpito: quello del prezzo dei lettori di DVD. Il fatto che un lettore di DVD made in China costi 29 dollari nei supermercati americani, ha scritto il Financial Times, non è tanto un segnale delle potenzialità concorrenziali della Cina in termini di costo del lavoro, quanto un segno di possibili sovra-investimenti produttivi. In parole povere: si producono più DVD di quanti ne possa assorbire il mercato e quindi i prezzi crollano. E quello dei lettori non sarebbe un caso isolato. Il pericolo, quindi, sarebbe quello di una "bolla" destinata ad afflosciarsi se non a scoppiare. Ancora presto per lanciare allarmi, ma è chiaro che se questi segnali dovessero consolidarsi dovremmo ben presto tutti, in particolare coloro che chiedono misure protezionistiche nei confronti di Pechino, cambiare segno alle preoccupazioni: una brusca frenata cinese a causa della troppa "potenza industriale installata", avrebbe conseguenze ben più rapide e disastrose sull'economia mondiale, europea in particolare, di quella della crescita della penetrazione commerciale dei prodotti della Repubblica Popolare.
Il primo motivo di preoccupazione risiede nel fatto che buona parte degli investimenti che rischierebbero di rivelarsi eccessivi sono di aziende occidentali, che subirebbero duri colpi ai propri bilanci. Il secondo motivo, più generale, riguarda la tenuta della crescita cinese. Un PIL in crescita dell'otto per cento annuo è necessario innanzitutto alla Cina e alle sue centinaia di milioni di lavoratori, in particolare quelli "espulsi" dall'agricoltura di sussistenza o dalle improduttive aziende pubbliche: il rischio della povertà di massa, considerando l'insieme del territorio e della popolazione cinese, è tutt'altro che scongiurato. Un brusco stop alle prospettive di crescita e di occupazione, in più, renderebbe pressoché impossibile perfino per il Governo autoritario di Pechino contenere le spinte migratorie. Ma non solo, naturalmente: le prospettive di (debole) crescita europea e italiana sono legate sì alla ripresa americana, ma anche al dinamismo dell'economia asiatica, cinese in particolare (senza contare il ruolo che la Cina sta svolgendo nel finanziamento del deficit statunitense). La prospettiva di una crescita (relativamente) rapida del tenore di vita di centinaia di milioni di cinesi, rappresenta una straordinaria opportunità per le aziende europee ed italiane, grandi e medie. E' di questi giorni, ad esempio, la notizia che quello cinese è diventato il principale mercato per la Volkswagen, che nel 2003 ha venduto più auto lì (679,961 tra VW e Audi), che in Germania (519,500). Anche se in buona parte si tratta di automobili prodotte in loco, i vantaggi per la casa tedesca sono evidenti.
Tutto questo dovrebbe portare a riflettere anche in vista della campagna elettorale che si aprirà tra poche settimane. Agitare lo spauracchio della Cina come pericolo per l'industria italiana e invocare misure protezionistiche, argomento, ahimè, di facile presa, significa dare ai cittadini e ai lavoratori italiani un messaggio assai distorto di quali siano i loro reali interessi. Come abbiamo visto, per più di una ragione è bene augurarsi che la crescita cinese non conosca brusche battute d'arresto e, casomai, mettersi nella condizione di sfruttare appieno le opportunità che tale crescita offre alle economie più avanzate.
Ciò non esclude che la politica, anche italiana, debba occuparsi di Pechino, almeno sotto due aspetti: lavorare perché l'Unione Europea, magari riconquistando quella autorevolezza che la difesa dei sussidi agricoli le hanno fatto perdere, operi per un rilancio dei negoziati del WTO, perché solo in quella sede sarà possibile contrastare con qualche efficacia le pratiche commerciali scorrette (violazioni dei brevetti e contraffazione dei marchi, ad esempio). Infine, non va abbassata la guardia sul fronte politico diplomatico per ciò che concerne il rispetto dei diritti umani: proprio in questi giorni il Governo di Pechino ha inasprito la repressione dei "crimini" legati all'uso non autorizzato, cioè libero, di Internet (oltre 50 persone imprigionate). L'istaurarsi in Cina di alcuni principi dello stato di diritto, che i dirigenti del Partito Comunista continuano a subordinare alla crescita economica quasi che le cose fossero in contrasto, rappresenterebbe non solo una conquista per i cinesi, ma anche la via maestra per accelerare l'evoluzione del sistema economico e l'attenuazione degli aspetti meno tollerabili, dove vi siano, della "concorrenza" cinese.

Posted by Benedetto Della Vedova at 05.02.04 16:14

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