05.02.04

"La laicita talebana di Chirac nasconde un atteggiamento antireligioso dunque antiliberale" di B. Della Vedova e C. Palma

da Il Foglio, pagina 3
Il Parlamento francese, dopo tante discussioni, ha avviato martedì il dibattito sul Disegno di Legge del Governo sul divieto di indossare il velo e altri simboli religiosi "ostentati" nelle scuole pubbliche francesi. Testo breve, in pratica un solo articolo di tre righe, voto finale alla Assemblea Nazionale previsto per il 10 febbraio.

Dieci gli emendamenti proposti, tra cui uno socialista che chiede di sostituire il divieto di portare simboli religiosi "ostentati", con un più drastico "visibili": il Partito di Hollande vincolerà il proprio parere positivo alla legge all'approvazione di questo emendamento. Contrari i cattolici di Bayrou e i liberali di Madelin.
La proposta di Chirac, anche perchè sostanzialmente condivisa da una parte dell'opposizione, merita, come ci è già avvenuto di osservare, una attenzione particolare e preoccupata. Soprattutto, suggerisce l'esigenza di concepire (o di riscoprire) un'idea- per così dire- più laica della stessa laicità repubblicana.
Per un liberale, il problema della laicità dovrebbe attenere alla definizione del ruolo e della funzione dello Stato, assai prima che al contenuto morale e culturale della legislazione. È davvero laica una politica che rischia di apparire (sempre che non lo sia deliberatamente) la continuazione, con altri mezzi, di una guerra culturale contro i retaggi del "pregiudizio" religioso e delle sue implicazioni sociali? E soprattutto: questa idea così smisurata dello Stato e della politica è davvero alternativa a quella che ha contrassegnato i clericalismi religiosi o ne rappresenta semplicemente il rovesciamento?
La laicità non nasce dall'affievolimento dell'identità religiosa di una comunità, ma dalla progressiva "erosione" del carattere assoluto della sovranità politica e dalla definizione di un limite preciso all'esercizio del potere pubblico. Il che vale, naturalmente, dove le "maggioranze" aderiscono a valori e precetti di carattere religioso, che non dovrebbero comunque mai essere trasposti, in quanto tali, negli ordinamenti civili. Ma non solo. E' ben difficile negare, per fare un esempio, che in Cina esista un problema di libertà religiosa- e quindi di laicità- in ragione di un fondamentalismo antireligioso mosso da ragioni analoghe, anche di segno opposto, a quelle "talebane" di conservazione sociale e politica.
Ci si è risposto, anche da parte di alcuni nostri amici radicali: il Governo francese vuole solo impedire che le giovani islamiche francesi indossino il velo nelle scuole, nella presunzione, fondata, ma non sempre, che ciò sia il segno di una imposizione e subordinazione familiare, da cui lo Stato deve liberarle!
Non è improprio, dunque, ritenere che in Francia questa intransigenza laica finisca per nascondere un diffuso atteggiamento sostanzialmente antireligioso (e quindi antiliberale), caratteristico di un paese che si ostina a trattare giuridicamente le organizzazioni di culto secondo criteri di ordine pubblico. È noto che la Francia, chirachiana e jospiniana, è entrata nel nuovo millennio approvando una legge che subordina alla sorveglianza statale l'attività delle organizzazioni di culto, e apporta una serie di modifiche al codice penale, che consentono all'autorità giudiziaria di contestare reati di "manipolazione mentale" nei confronti dei loro responsabili (nella prima versione era contemplato anche il "plagio"). Tale legge viene contestata da protestanti, cattolici, buddisti, dalle più svariate "sette" e dal Dipartimento di Stato americano, ma fu salutata con favore dalla Cina: secondo il Washington Post, il governo cinese accolse con entusiasmo il provvedimento, soprattutto nella parte sull'abuso fraudolento dello stato di ignoranza o della condizione di debolezza, che viene considerata da Pechino la misura più incisiva per colpire -meglio, per giustificare la loro persecuzione - i Falung Gong.
Peraltro, questa intransigenza laica francese, è stata così poco, alle origini, antiislamica, che nella lista delle "sette" pericolose hanno trovato spazio le chiese pentecostali e i gruppi buddisti, ma sono state accortamente escluse alcune organizzazioni dell'Islam fondamentalista, in ossequio ad una politica estera che ha fatto della Francia, fra tutti i paesi europei, quello più compromesso e acquiescente nei confronti dei regimi e delle organizzazioni politiche islamiste (non è stata proprio la Francia a bloccare l'inserimento del gruppo libanese degli Hezbollah nella lista europea delle organizzazioni terroristiche?).
Da che parte deve stare un laico e un liberale, quando tanti "casi Braibanti" si profilano contro la libertà religiosa, anziché contro l'altrettanto sacrosanta libertà sessuale?
Ma torniamo al velo, alla "salvezza" delle giovani islamiche e al ruolo che la scuola deve esercitare nella difesa della loro libertà.
In uno stato laico, lo spazio pubblico non è lo spazio neutro e quindi "vuoto" di credenze; è, al contrario, uno spazio "pieno", perché aperto al contributo (e alla lotta, al libero confronto, al liberissimo commercio…) di diversi ideali morali e religiosi, che trovano nello Stato e nella legislazione la garanzia di una libera espressione. Gli studenti, nelle scuole, non sono liberi ed uguali perché privati delle proprie differenze, o condannati ad una gestione intimistica delle proprie convinzioni, ma perché uniti dalla regola del confronto e del vaglio critico delle idee. Inoltre, lo spazio pubblico non coincide con il "territorio burocratico" dello Stato (le scuole, gli ospedali, gli uffici, i palazzi del potere…ci chiediamo perchè non le televisioni pubbliche, allora), ma con il campo di applicazione delle leggi che tutelano le libertà. Cosa c'è, allora, in fondo, di più laico e di più "liberante" se non considerare anche l'identità religiosa una forma- fra le altre- di testimonianza e militanza civile, obbligata, proprio perché libera, a rispondere al libero giudizio delle opinioni altrui nello spazio pubblico della società?
Non ha senso e rappresenta un precedente pericoloso, soprattutto per chi "ci guarda" al di fuori dell'Europa, che per colpire eventuali soprusi ed imposizioni familiari si sospenda il diritto per tutti di "ostentare" la propria appartenenza religiosa, anche laddove, lo zuccotto ebraico o la croce cristiana o il saio buddista, diventa arduo presupporre che ciò rappresenti la privazione della libertà piuttosto che una sua manifestazione.
Il legislatore liberale, infine, dovrebbe essere guidato non dal bisogno incontenibile di affermare principi, ma dalla previsione degli effetti che una legge genererà. Una scelta che ha la conseguenza di espellere dalla scuola pubblica le "figlie del pregiudizio" corrisponderebbe al riconsegnarle, per intero, in ostaggio ai loro supposti carcerieri.
Così vanno le cose in Francia. Ma anche in Italia, in una parte non marginale del nostro mondo laico, chi abbia le nostre idee è spesso costretto a predicare in partibus infidelium.

Della Vedova Benedetto
Carmelo Palma

Posted by Benedetto Della Vedova at 05.02.04 16:13

NB. Per evitare fenomeni di spam, e' possibile inserire commenti solo per alcuni giorni successivi alla pubblicazione del post.
Commenti