18.01.04

PARMALAT: ATTENTI, NON È SOLO COLPA DEI BILANCI FALSI (di B. Della Vedova)

da “Libero”, pag.2
In questi giorni si sente ripetere: Parmalat è un’azienda industrialmente solida, rovinata da una dissennata (e fraudolenta) gestione finanziaria. Il ritornello è stato ripetuto da tanti (politici e sindacalisti in primis), tante volte e con tale convinzione da far meditare su quale sia il concetto comunemente diffuso di azienda "industrialmente sana". Ovviamente non possono far fede i risultati iscritti negli ultimi bilanci. Su cosa si basano, dunque, le

valutazioni positive? L’impressione è che si considerino tre fattori: un marchio affermato internazionalmente; prodotti di qualità; tecnologie innovative. Che Parmalat sia uno dei pochi marchi italiani affermatisi sui mercato internazionali è indubbio. Anche le valutazioni sui prodotti e le tecnologie sembrano più che fondate. Questo basta a parlare di azienda “industrialmente sana”, magari da salvare con l’aiuto del contribuente? La risposta è no, naturalmente.

Al di là di ogni altra considerazione, un’azienda è sana se riesce a vendere i suoi prodotti sul mercato in quantità e ad un prezzo sufficiente a garantire un margine positivo sui costi; insomma, se, considerando un periodo ragionevole, fa profitti. Per questo non bastano la notorietà dei marchi, la qualità dei prodotti e le tecnologie avanzate: la salute dell’azienda non viene assegnata “ai punti” da una giuria di qualità, ma dalla giuria popolare del mercato, giorno dopo giorno. Vi sono aziende solidissime che, realizzando prodotti di bassa qualità con tecnologie tradizionali, assicurano sonni tranquilli ai molti “stakeholder” (dipendenti, fornitori, titolari di obbligazioni,..) e dividendi sicuri agli “shareholder”.

Se non si parte da qui, si rischia di utilizzare un concetto sovietico di industria, dove, appunto, i parametri del mercato e della concorrenza non rientravano.
La notorietà del marchio può essere raggiunta con imponenti investimenti in comunicazione e pubblicità, anche se slegati da qualsiasi analisi costi benefici; investimenti in tecnologie e qualità dei prodotti non valgono di per sè, ma soltanto se e quando ottengono adeguati riscontri sul mercato, in termini di quantità e prezzo dei beni venduti.
E’ ancora prematuro tracciare giudizi meno che provvisori sulla vicenda Parmalat, ma appare debole e consolatoria la rappresentazione di una industria sana distrutta da avventate operazioni finanziarie. La crisi finanziaria e gli acrobatici tentativi di nasconderla hanno tutta l'aria di essere stati causati in primo luogo dalla insostenibilità della gestione e, ancor più, della crescita industriale dell'azienda di Parma, compresa la sua internazionalizzazione. A fare la differenza tra il disastro della Parmalat e il successo, fin che c'è, delle altre multinazionali del settore (Kraft, Danone, Nestlè,..) non può essere stata (solo) la finanza.
Fino a prova del contrario, le frodi per lungo tempo occulte non sono state “il problema” di Parmalat, ma il diabolico e fallimentare tentativo di far fronte alle difficoltà delle attività alla luce del sole. Difficoltà comuni ad altre imprese industriali: Parmalat è sicuramente la “mela marcia”, ma anche il segnale di un ambiente, quello italiano, dove -o, a partire dal quale - fare industria è sempre più difficile: per ragioni fiscali, valutarie, burocratiche, di disponibilità di capitale umano; per mille rigidità e per un mercato finanziario asfittico. Onore al merito a chi ancora ci riesce!
Nell’ex-impero dei Tanzi vi sono certamente ancora “provincie” in grado di rispondere all’imperativo dell’efficienza economica e della competitività: per queste non mancheranno pretendenti, esteri o italiani. Ma pensare che, affrontato il disastro finanziario, sia praticabile il tentativo di salvare la Parmalat più o meno così com’è, potrebbe rivelarsi una pericolosa e costosa illusione.
Si continui (ci mancherebbe!) a discutere sulle truffe finanziarie, su come evitarle e come punirle, ma non si dimentichi che, al fondo, c'è l'"economia reale".

Benedetto Della Vedova
deputato europeo radicale

Posted by Benedetto Della Vedova at 18.01.04 18:01

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