Articolo pubblicato a pagina 10 su "Il Sole24ore" del 2 Ottobre 2002
PREVIDENZA, E' L'ORA DELLA RIFORMA
Quali che siano le ragioni che hanno spinto la Commissione a proporlo e quale che sia la valutazione che se ne voglia dare, lo slittamento al 2006 del termine massimo per il raggiungimento del pareggio di bilancio rappresenterà, se approvato, poco più che una boccata d’ossigneo per i conti pubblici italiani. La fine del ciclo elettorale franco-tedesco, in più, crea le premesse perché, una volta accettata la rimodulazione dei tempi, le altre regole non vengano più rimesse in discussione.
Nessuna possibilità, ad esempio, di prevedere la cosiddetta golden rule e
computare dal calcolo di deficit gli “investimenti”.
Del resto, che questa via fosse pericolosa lo rivelano le parole pronunciate a Parigi il 245 settembre dalla Commissaria per l’Occupazione e gli affari sociali Anna Diamantopulu, secondo la quale “la spesa sociale per l’educazione, la formazione e la salute è da considerare tra gli investimenti piuttosto che tra la spesa corrente”. Difficile darle torto, per un verso, ma difficile pensare che la Commissione europea voglia infilarsi nel ginepraio della distinzione contabile tra le spese per investimenti e quelle correnti. Vanno inoltre considerate le “specifiche” con le quali la Commissione ha accompagnato la sua proposta di rinvio, in particolare il riferimento al deficit strutturale e non a quello nominale e il conseguente preventivo ammonimento a non ricorrere massicciamente a misure di finanza straordinaria (oltreché, naturalmente, il riferimento esplicito alla particolare condizione dei Paesi a elevato rapporto debito/Pil, vera spada di Damocle che incombe sul nostro Paese).
Si può sempre sperare in una repentina inversione di tendenza nella congiuntura internazionale che abbatta i rapporti facendo decollare il numeratore dei ratio più importanti, cioè il Pil, ma allo stato si tratterebbe di una scommessa a elevato, elevatissimo rischio.
In questo quadro resta davvero difficile immaginare come sia possibile per l’Italia, nonostante l’allungamento dei tempi, centrare l’obiettivo di un sostanziale pareggio di bilancio – a maggior ragione in presenza di tagli alle imposte – senza intervenire sulla spesa previdenziale che da sola rappresenta un terzo della spesa corrente e che, come spiegano gli analisti, potrebbe garantire consistenti risparmi “strutturali” pressoché in tempo reale. Il ministro Maroni avvertiva non più tardi di un mese fa che il rapporto tra spesa previdenziale e Pil sarebbe rimasto invariato in presenza di una crescita del 2,5%: riviste ampiamente al ribasso le previsioni, in mancanza di provvedimenti non resterà che assistere inerti a un ulteriore scatto all’insù di tale rapporto.
A tutto questo si aggiunge che l’effetto redistributivo dell’attuale spesa previdenziale italiana è praticamente nullo. Anzi: la quota astronomica di spesa sociale appannaggio delle pensioni contribuisce a rendere il Walfare italiano il più “regressivo” tra tutti quelli europei. E’ questo il senso dell’appello al Governo per la riforma previdenziale promosso da Radicali italiani che continua a raccogliere pretigiose adesioni nel mondo dell’economia e dell’università e di tantissimi cittadini.
Il gioco del cui prodest? fa naturalmente parte del dibattito e dell’analisi politica, ma le polemiche, strumentali o no, non possono oscurare i dati di fatto: la riforma previdenziale è necessaria per i conti pubblici e fonte di “equità” (non solo nei confronti dei più giovani).
Solamente un mal interpretato senso dell’opportunità politica potrebbe spingere questo Governo a seguire fedelmente le orme di quelli precedenti, intervenendo sulla previdenza al più con correttivi parziali dagli effetti insufficienti.
Tra le scommesse la cui situazione avversa costringe l’Esecutivo, quella di modificare il sistema pensionistico potrebbe rivelarsi davvero quella vincente, in Italia e in Europa. Quanto al sindacato, il suo no miope a qualsiasi ipotesi di riforma non fa che confermare il giudizio di quanti vedono in esso nient’altro che il - legittimo, va da sé – difensore corporativo di interessi costituiti.
Posted by Benedetto Della Vedova at 03.09.02 15:28